Storia anomala, quella di Andrea Mirenda. Giudice a Verona, è il primo membro del Consiglio superiore della magistratura arrivato lì grazie al sorteggio. Nel 2022 fu estratto a sorte come candidato perché nel suo distretto non si era raggiunto il numero minimo di candidati necessario. Accettò e fu eletto. Il caso vuole che proprio lui, da tempo, si battesse per il sorteggio dei consiglieri togati. Tre anni al Csm senza dovere nulla alle correnti hanno rafforzato questa convinzione. Al referendum voterà Sì.
Dottor Mirenda, lei nel 2008 si dimise da Magistratura democratica. In quell’anno lasciò anche l’Anm, alla quale è iscritto il 96% dei suoi colleghi. Perché lo fece?
«Colpa della riforma fatta nel 2006 da Clemente Mastella, lo stesso che oggi dice “No” alla riforma costituzionale. Ha trasformato le correnti- un tempo brillanti motori di idealità- in uffici di collocamento per compari e comparielli. Mesti comitati d’affari, sovente cinghie di trasmissione della politica con la “p” minuscola, finalizzati a controllare il mercato della dirigenza giudiziaria, con evidenti riflessi sulla libertà morale del magistrato».
Il mondo che esce dalle chat di Luca Palamara, insomma.
«Quelle chat, per chi voglia leggerle, forniscono uno spaccato impietoso della trasversalità di questa degenerazione, purtroppo ancora vitalissima, oltre che arcinota a tutti i magistrati».
Se è arcinota, perché i magistrati non fanno nulla?
«Troppi, purtroppo, sono incapaci di uscire dalla sindrome di Stoccolma che li attanaglia, per una sorta di bisogno di “protezione”...».
Lei, invece, è uscito dalle correnti e dal sindacato.
«È stato inevitabile prendere le distanze da quella che ritengo essere la prima minaccia al principio per cui il magistrato deve essere soggetto “soltanto alla Legge”. La minaccia più subdola, perché interna».
Spesso ha votato in dissonanza dagli altri componenti togati del Csm. Come sono stati questi tre annidi lavoro a palazzo Bachelet? Essere sorteggiato ha influito sul suo status e la sua attività?
«Non è stato facile né lo è tutt’ora. Un indipendente, proprio perché slegato dalle cordate che governano il Csm, non tocca palla. Null’altro potevo attendermi, impossibile entrare nella stanza dei bottoni. I poteri forti sono forti: chapeau!».
In pratica che significa «non toccare palla»?
«Ad esempio, tanto io quanto il consigliere Roberto Fontana, altro indipendente, mai siamo stati nominati presidenti di Commissione. Questo è un incarico chiave nella costruzione del consenso correntizio, da sempre distribuito col manuale Cencelli dai vari comitati di presidenza che si sono succeduti, in proporzione al peso di ciascuna corrente».
Vi hanno riservato un trattamento particolare, dunque.
«Mentre un attuale consigliere ha avuto la “fortuna” di essere nominato alla presidenza di due commissioni: la sorte è cieca... Ciò detto, proseguo serenamente nel mio compito, nel rigoroso rispetto delle regole, compagne di viaggio ampiamente bastevoli per chi porta la toga addosso».
Bilancio personale?
«Il mio è un ruolo di testimonianza e denuncia, null’altro. Solo il sorteggio potrà ricondurre il Csm al suo alto compito di garanzia, oggi pesantemente compromesso dai vincoli di sodalità e dalle spinte politiche di cui ho detto».
Nei giorni scorsi lei era tra coloro che hanno seguito la conferenza stampa in cui il forzista Enrico Costa ha presentato il volume sugli errori giudiziari che hanno portato in carcere gli innocenti. Per questo lei voterà Sì al referendum?
«Voterò Sì convintamente, ma per ragioni assai più complesse e di carattere non contingente. Da oltre un decennio, con gli amici e colleghi del blog “Uguale per Tutti”, mi sono espresso per il sorteggio dei componenti del Csm e per la rotazione negli incarichi direttivi, veri antidoti al malaffare correntizio. Sono poi convinto, a titolo personale, della necessità formale della separazione delle carriere. Non perché io dubiti dell’imparzialità della nostra magistratura, della quale, anzi, sono orgoglioso. Tuttavia, una cosa è essere imparziali e un’altra è essere terzi».
Qual è la differenza?
«L’imparzialità è un tratto soggettivo del giudicante. La terzietà deve essere invece un dato formale, direi addirittura strutturale, del giudice. L’articolo 111 della Costituzione è chiaro: il giudice deve essere terzo “e” imparziale. Ora, terzo non è».
Quanti magistrati la pensano come lei? Si sente una mosca bianca o c’è consenso (piuttosto silenzioso, diciamo) per le sue posizioni?
«Mi è difficile rispondere, proprio perché non mi curo della costruzione del consenso. Ipotizzo, tuttavia, che almeno una parte dei 1.800 colleghi che dopo lo scoppio dello “scandalo Palamara” votarono a favore del sorteggio nel referendum interno promosso dall’Anm sia propensa alle ragioni del Sì».
Il fronte del No usa argomenti molto politici. I manifesti del comitato dell’Anm sostengono che il nuovo testo della Costituzione sottomette i magistrati alla politica. Il segretario dell’Anm, Rocco Maruotti, avverte che la riforma Nordio avvicina l’Italia al sistema statunitense, nel quale gli omicidi da parte della polizia resterebbero impuniti. Da magistrato, come valuta questa campagna?
«Sono doppiamente preoccupato. Sia per la pesante sgrammaticatura istituzionale di una magistratura che “scende in campo”, erigendosi a soggetto politico, sia per le falsità adoperate. Nulla autorizza certe conclusioni, salva la volontà di ingannare con la peggiore “disinformatia”. E l’uscita di Maruotti è davvero incommentabile... Finita questa tempestosa consultazione, degradata purtroppo in competizione elettorale, cosa penseranno i cittadini di una magistratura capace di mentire per manipolare le coscienze?».
Cosa avrebbe dovuto fare la magistratura?
«Avremmo reso miglior servizio alle istituzioni mettendo a disposizione dei cittadini le informazioni tecniche utili ad un voto consapevole. Peccato».
L’Anm ha creato il proprio comitato per il No, che è finanziato con i soldi di tutti gli iscritti, inclusi quelli che voteranno Sì, e ha sede nel palazzo della Cassazione. È un diritto dell’associazione o un problema istituzionale?
«Buona la seconda...».