«Vogliamo fare un’operazione di trasparenza e verità». È netto l’avvocato Fedele Moretti, coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense, in merito alla campagna referendaria che precede le consultazioni sulla riforma della giustizia. Fra fake news e attacchi scomposti del fronte del No, i legali puntano a illustrare i pregi della riforma.
Avvocato Moretti, l’Ocf ha predisposto un vademecum sulla separazione delle carriere. Come lo riassumerebbe in poche frasi?
«La riforma non ha colore politico, non è né di destra né di sinistra. Era anche nel programma del governo D’Alema e in quello del Pd. Non è una riforma contro la magistratura, ma al contrario è finalizzata ad attuare l’articolo 111 della Costituzione che stabilisce come il processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. Con questo decalogo vogliamo chiarire i punti più discussi, dal fatto che il pm sarebbe sottoposto all’esecutivo, al sorteggio del Csm. Con un linguaggio semplice abbiamo cercato di portare un po’ di verità sui temi cavalcati da chi è contrario alla legge Nordio».
Il fronte del No sostiene che la separazione delle carriere esiste già. È vero?
«Dal punto di vista tecnico esiste la separazione delle funzioni, ma la separazione delle carriere non è ancora attuata. Con l’introduzione del processo accusatorio, avvenuta nel 1988 col codice Vassalli, si è stabilito che il giudice dev’essere terzo, mentre pm e avvocato devono agire in condizioni di parità. Esattamente come sancito dall’articolo 111. Per questo la separazione delle carriere risulta indispensabile».
Quindi il pm non passerebbe sotto il controllo del governo?
«Assolutamente no. L’articolo 104 della Costituzione prevede espressamente l’indipendenza del pm con funzione requirente. Oltretutto, i due nuovi Csm sarebbero presieduti dal Presidente della Repubblica, figura di massima garanzia. Faccio quindi fatica a comprendere come qualcuno possa sostenere che se vince il Sì il pm sarebbe controllato dal governo. Per fare ciò servirebbe una nuova modifica della Costituzione».
Una delle critiche che spesso si sente dalle toghe è che a scrivere questa riforma sia stato il partito degli avvocati. È così?
«Mi viene da fare una battuta: ma magari gli avvocati fossero una lobby così potente da poter incidere nella stesura di una riforma costituzionale! Invece, non è affatto così. Piuttosto gli avvocati, poiché assolvono un ruolo importante come quello della tutela dei diritti, non possono rimanere silenti su un tema come questo. L’Organismo Congressuale Forense ha istituito un coordinamento di tutte le associazioni forensi per far sì che si parli con una sola voce. Vogliamo essere movimento d’opinione».
È vero, come dice qualcuno, che questa è una riforma troppo tecnica da sottoporre ai cittadini?
«Per certi versi sì, ma senza usare un linguaggio troppo tecnico è possibile sintetizzare la riforma in pochi temi da spiegare a chi voterà. Il problema però è avere onestà intellettuale...».
Cosa ne pensa dei toni e del dibattito di queste prime settimane di campagna referendaria?
«Come tanti, avevo facilmente pronosticato che il dibattito si sarebbe incattivito come sta accadendo. Chi vuole confrontarsi in modo serio deve attenersi a quanto scritto nel testo, evitando slogan ingannevoli e fantasiose ricostruzioni. Un po’ com’è successo con alcune improvvide uscite dell’Anm. Ripeto, serve onestà intellettuale, altrimenti non si fa un buon servizio alla categoria a cui si appartiene e ai cittadini».