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Referendum, rovinati dalla giustizia ma ora stanno con il No

Sorprendenti i pareri contrari dell’ex ministro della seconda Repubblica, passato anche per il dicastero della Giustizia, e dell’ex ministro della prima Repubblica
di Francesco Damato sabato 31 gennaio 2026

3' di lettura

Certo, sono sorprendenti - e hanno fatto giustamente notizia - i no referendari alla riforma costituzionale della magistratura sopraggiunti ai sì annunciati. E ciò per motivi completamente estranei alla legge sottoposta a verifica elettorale. Il no, per esempio, di Goffredo Bettini e, quasi a seguire, almeno come tentazione, diciamo così, di Mario Monti, accomunati dalla paura, dal fastidio, comunque si preferisca chiamarlo, del troppo potere che deriverebbe al governo in carica, ma più in particolare alla premier Giorgia Meloni, da una magistratura sconfitta nelle urne. Un potere simile a quello che si è preso negli Stati Uniti il presidente Donald Trump, citato espressamente da Monti. Una magistratura eventualmente sconfitta, va detto, non dal governo ma da se stessa, avendo voluto schierarsi, essa sì, contro il governo su una riforma rifiutata per essersi occupata di “principi non negoziabili”, hanno detto i signor no rifiutatisi per questo di contrattare prima e durante, sotto o ai lati del percorso politico e parlamentare durato più di due anni.

Ancora più sorprendenti tuttavia dei no politici sopraggiunti al sì o ad un silenzio dichiaratamente “indeciso”, come lo ha definito Monti parlando di “luci e ombre” che si alternavano nella sua valutazione; ancora più sorprendenti di questi, dicevo, mi sono apparsi e continuano ad apparirmi quelli dell’ex ministro della seconda Repubblica Clemente Mastella, passato peraltro anche per il dicastero della Giustizia, e dell’ex ministro della prima Repubblica Paolo Cirino Pomicino. Entrambi danneggiati dalle loro vicende giudiziarie, il secondo anche fisicamente per avere subito interventi al cuore logorato, presumo, dalle sue frequentazioni di avvocati, pubblici ministeri e giudici.

Per la sua vicenda o avventura giudiziaria diventata anche di dimensioni familiari, per il coinvolgimento della moglie, Mastella nel 2008, cioè 18 anni fa, si dimise dalla mattina alla sera da ministro della Giustizia del secondo ed ultimo governo di Romano Prodi, portandoselo appresso nella caduta. E poi anche il Parlamento, sciolto in anticipo dal presidente Napolitano. Neppure gli undici anni impiegati e contati da Mastella e famiglia per uscire dall’esperienza giudiziaria che nel frattempo gli è costata la riduzione di livello della sua vocazione o passione politica, da nazionale a locale, sono riusciti a scalfire la fiducia ora espressa dall’ex ministro nella magistratura, difendendone carriera unica e pratiche correntizie. E gridando no alla riforma che il buon senso -scusami, Clemente- avrebbe dovuto consigliargli di condividere.

Come ha appena fatto, pur non avendo avuto sgradevoli vicende giudiziarie da vivere, l’ex presidente del Consiglio Lamberto Dini spiegando peraltro che nel 1995 una riforma simile avrebbe voluto proporla praticamente anche lui, trattenuto però dal già ricordato presidente della Repubblica Scalfaro. Che partecipava, lusingato e lusingante, a congressi e convegni dei suoi ex colleghi magistrati assicurando loro che mai e poi mai avrebbe controfirmato e fatto entrare quindi in vigore una legge che separasse le carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri. Era arrivato addirittura a quel punto il rapporto fra una giustizia o magistratura soverchiante e una politica rinunciataria, intimidita, messasi anche da sola in un angolo riducendo nel 1993 l’istituto dell’immunità parlamentare con la modifica dell’articolo 68 della Costituzione.

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