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L'ultima tesi di Saviano: se voti "sì" al referendum della giustizia sei un mafioso

La falsità dello scrittore, pronto a sostenere tesi farneticanti pur di far campagna contro la riforma e il voto di marzo
di Corrado Ocone sabato 31 gennaio 2026

3' di lettura

Gli antichi logici parlavano di ignoratio elenchi per indicare lo spostamento del discorso dal suo centro a un punto che non c’entra nulla ma viene fatto passare come una confutazione di esso. Roberto Saviano, nel commento pubblicato da Repubblica ieri, sembra esserci cascato in pieno collegando la lotta alla mafia alla separazione delle carriere fra pubblici ministeri e giudici. Che le due cose non abbiano nesso alcuno è fin troppo evidente, ma altrettanto lo è la strategia adottata dai fautori del no per portare acqua al proprio mulino: chiamare a raccolta intellettuali con una certa visibilità pubblica che paventano, ognuno per il proprio specifico settore di competenza, danni inenarrabili qualora la riforma costituzionale fosse conferma ta.

Insomma, da qui al 22 marzo dovremo aspettarci molte di queste operazioni di chiamata a raccolta, da parte del fronte progressista, dei propri “eroi” (più o meno “di carta” per usare l’espressione che un filosofo di vaglia e di sinistra quale il compianto Alessandro Dal Lago aveva usato proprio a proposito dell’autore di Gomorra). Ma veniamo a noi. Il ragionamento di Saviano, sempre per restare in ambito logico, è anche un sofisma: un sillogismo corretto nella forma ma inficiato dalla non dimostrata, e quindi infondata, assunzione di partenza, che cioè la separazione indebolisce i pm e apre lo spazio al loro controllo da parte della politica. Anzi di una politica intesa come “parte insana” della società e quindi per principio silenziosa o addirittura collusa con la criminalità e i poteri economici che la sorreggono.

In verità, la separazione non solo garantisce l’autonomia e l’indipendenza dei pm, ma li rende in qualche modo più forti perché ne favorisce la specializzazione professionale. Inoltre, li affranca, attraverso il sorteggio e le nuove forme di autogoverno, proprio dalla politica, quella che si insinua nel corpo della magistratura attraverso l’esasperato correntismo a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni. C’è poi un altro elemento nel ragionamento di Saviano che stride con un dibattito politico franco e un confronto dialettico sano: il processo alle intenzioni. «Se è vero – egli scrive – che la separazione delle carriere è un primo passo per una riforma strutturale della giustizia, è lecito domandarsi: cosa verrà dopo?

Con queste premesse non è lecito firmare assegni in bianco». In sostanza, si predica l’immobilismo paventando possibili degenerazioni. Il perché è presto detto: da parte di molti a sinistra ogni ragionamento è inficiato dalla delegittimazione morale dell’avversario. Ogni riforma, se viene dalla parte avversa, è a rischio autoritarismo e fascismo, indipendentemente dal suo merito. E pazienza se la destra oggi al governo abbia, con tutta evidenza, più credenziali democratiche dell’attuale sinistra massimalista! La democrazia non funziona così.

Per fortuna, Saviano si rende conto che «dire che questo governo sia “amico delle mafie” sarebbe una caricatura». Ma poi aggiunge che «non è certo un governo antimafia» perché avrebbe indebolito controlli, lasciato crescere opacità, trascurato l’economia criminale. Il che non corrisponde certo al vero. Soprattutto se si considera che spesso, proprio all’ombra di procedure di controllo e burocratiche capillari, come quelle precedenti al nuovo Codice degli appalti (da Saviano citato come esempio), si sono nascosti con più facilità gli illeciti più sofisticati. Unendo al danno, la beffa, cioè il blocco dell’economia nazionale.

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roberto saviano

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