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La dimensione parallela della giustizia

di Mario Sechi giovedì 5 febbraio 2026

2' di lettura

Tutti a casa, compagni. Eccola qui, la prova che mancava all’esistenza di un mondo parallelo: se nessuno va in prigione, lo scenario di un attacco allo Stato si dissolve, la città di Torino a ferro e fuoco evapora, la promessa di Askatasuna di continuare a agire come un movimento di guerriglia diventa una bravata. Il pianeta giustizia viaggia in un’altra dimensione che applica la formula dell’ammorbidente, lava, centrifuga, i panni sporchi tornano quasi immacolati, soffici, una questione risolta in lavatrice con il Dash ideologico e la coccolinata sociologica: l’arresto sì, il carcere no. Dell’assalto alla polizia nulla avanzerà in cronaca, dell’agente circondato, pestato, preso a martellate, niente resterà; della camionetta andata a fuoco e dell’agente rinchiuso dentro che ha rischiato di morire bruciato vivo, tutto svanirà; dei manifestanti a volto coperto che scagliavano sassi, ogni nome sfumerà. Arrestateli pure, un tribunale non li punirà.

Questa è la traiettoria della giustizia italiana che sfida le leggi della fisica, rispettata la norma del tribunale e violata l’intima coscienza che riconosce il bene e il male. La libertà d’opinione è in salvo, la radicale opposizione alla destra è salva. Il diritto di manifestare non corrisponde al diritto di sfascio, di minaccia, di eversione. Il senso della realtà si è dileguato, non solo nei tribunali.

La sinistra in Parlamento ha ripreso il tran tran di sempre, niente risoluzione comune («è un tranello!»), siamo alla svolta autoritaria della destra, guardate l’orologio è scattata l’ora del fascismo, l’allarme democratico è Lei, il suo governo, il volto di Giorgia dipinto nella Basilica di San Lorenzo in Lucina (prontamente cancellato su ordine del Vaticano, non sia mai che qualcuno si converta alla religione del centrodestra). Nella farsa, si schiude davanti a noi lo spettacolo della tragedia di un sistema di poteri irresponsabili che vive in una dimensione parallela. Tutti a casa. E canta che ti passa. No, questa volta non ci salverà neanche il Festival di Sanremo.

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editoriale

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