Follow the money, diceva Giovanni Falcone per spiegare il suo metodo d’indagine rivoluzionario: combattere la mafia partendo dalla tracciabilità dei flussi finanziari e non solo dai fatti di sangue. I soldi, in fondo, sono alla base di tutto e il nuovo terreno di scontro nell’infuocata campagna referendaria passa anche dalle spese dei vari comitati in campo. Seguendo il flusso di denaro chissà che non si trovi qualche contatto tra donatore e magistrati: senza scomodare i clan e la criminalità, il rischio di un potenziale conflitto d’interessi tra accusa e accusato è dietro l’angolo. E può minare l’imparzialità di un magistrato del Comitato del No che si dovesse trovare in tribunale un suo “sostenitore” pagante. Peccato che alla richiesta del Parlamento di fare chiarezza sulle risorse impiegate, l’Anm abbia opposto un categorico rifiuto. Niente chiarezza, nessuna spesa da dichiarare. «Il Comitato del No è un soggetto autonomo», ha risposto Cesare Parodi, presidente dell’Anm, alimentando però ancora di più il sospetto di voler nascondere qualcosa. Insomma, non bastava la polemica tra il ministro della Giustizia Carlo Nordio, che ha parlato di un sistema para-mafioso che condiziona il Csm, e le toghe (rosse) indignate. Ora si è aperto il fronte economico e si combatte a suon di lettere.
I fatti. Con un’interrogazione parlamentare il deputato di Forza Italia, Enrico Costa, il 13 gennaio ha acceso un faro sulle spese del Comitato per il No al referendum sulla separazione delle carriere. Comitato promosso in primis dall’Anm, che ha contribuito con circa 700mila euro frutto delle quote degli iscritti e deliberato nel Comitato direttivo del sindacato delle toghe. Costa ha scritto che «il segretario generale dell’Anm ha dichiarato che il Comitato ha raccolto contributi da migliaia di cittadini che hanno aderito liberamente, con una donazione volontaria» e «al contempo l’Anm ha deliberato mesi fa uno stanziamento massimo fino a 500mila euro, perché in una campagna referendaria esistono spese inevitabili e nulla si fa gratis». Si tratta di uno schema che «crea, a parere dell’interrogante, uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” Comitato». Per questo l’azzurro chiedeva al ministero «quali iniziative intenda assumere affinché sia garantita l’imparzialità dei magistrati nei confronti di tutti i soggetti impegnati nella campagna referendaria, scongiurando conflitti di interessi, a prescindere dalle posizioni assunte». La risposta è arrivata venerdì, con il Guardasigilli Nordio che assicurava che sarebbe stata sottoposta «all’Anm la richiesta, confidando nella piena trasparenza dell’Associazione». Infatti, da via Arenula ieri è partita la lettera, firmata dal capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi. Mittente: il presidente dell’Anm, Cesare Parodi. Il testo, che Libero è in grado di mostrare qui, dice in sintesi: valuti l’Associazione «l’opportunità di rendere noto alla collettività, nell’ottica di una piena trasparenza, gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato da parte di privati cittadini».
Si specifica che la richiesta è avanzata nell’ottica di evitare un potenziale conflitto tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori» del Comitato “Giusto dire No” che «finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto dell’Anm». Parodi ha controreplicato subito con una letterina. «Gentilissima dottoressa, non sono nelle condizioni di rispondere in quanto il Comitato in questione è solo stato promosso dall’Anm, ma è soggetto, anche giuridico, assolutamente autonomo». Parodi ha aggiunto che sul sito del Comitato «è riportata in modo trasparente ogni cosa, compreso lo Statuto» e «se però necessitasse di informazioni più puntuali, che io non posseggo, non posso che rimandarla ai rappresentanti del Comitato», presieduto dal costituzionalista torinese Enrico Grosso. Infine ha evocato la riservatezza: «Annoto solo che la sua richiesta di rendere pubblici dati di privati cittadini ritengo sia contrario alla salvaguardia della loro privacy». Ma se per Costa «è una barzelletta» il fatto che il Comitato sia autonomo rispetto all’Anm, il gruppo del Pd al Senato ha già annunciato un’interrogazione (primi firmatari Alfredo Bazoli, Franco Mirabelli, Anna Rossomando e Walter Verini) per sapere «sulla base di quale presupposto giuridico il ministro vuole conosere i finanziatori del Comitato». «Liste di proscrizione», ha attaccato la sinistra. Fonti dell’Anm sostengono che per statuto del Comitato del No, le donazioni non possono superare i 100 euro, quindi «si tratta di microdonazioni» e non ci sarebbe alcun Paperone occulto che foraggia le toghe rosse all’assalto della riforma Nordio. Ma proprio perché la somma è così irrisoria perché, allora, nascondere i finanziatori?
Giustizia all'italiana, la abbiamo definita ieri, lunedì 16 febbraio, in prima pagina su Libero. Il nostro titolo di apertura del quotidiano, lo scandaloso caso di un clandestino condannato 23 volte e che però, per i magistrati, deve essere risarcito. In breve, la storia: un algerino con una infinita sequela di condanne alle spalle - tra cui tentate rapine e una donna pestata a sangue - dovrà ricevere 700 euro dal ministero dell'Interno come risarcimento per il fatto di essere stato in Albania in attesa del rimpatrio.
Un caso paradossale, grottesco, ma tremendamente reale. Un caso su cui decide di intervenire anche Giorgia Meloni. Il premier lo fa con un video, pubblicato sui suoi canali social, in cui riassume la vicenda e picchia durissimo contro una certa parte della magistratura. Di seguito, vi riportiamo il testo integrale dell'intervento di Meloni:
Un cittadino algerino, irregolare in Italia che ha alle spalle 23 condanne tra le quali lesioni per aver picchiato a calci e pugni una donna, non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito in un centro in Albania per il rimpatrio.
Alcuni giudici hanno stabilito non solo che non ci sarà un'espulsione, ma che il ministero dell'Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione.
Io penso che sia lecito chiedersi come si possa contrastare seriamente l'immigrazione illegale se chi viola ripetutamente la legge resta sul nostro territorio e lo Stato viene sanzionato per aver provato a far rispettare le regole.
Ciò nonostante il governo continuerà con determinazione il proprio lavoro per rafforzare i rimpatri, per contrastare l'immigrazione irregolare e per garantire sicurezza e legalità ai cittadini anche attraverso le iniziative che l'Italia sta portando avanti in Europa.
Gli italiani hanno votato il centrodestra anche per questo, per ristabilire regole chiare e farle rispettare. Il governo lo sta facendo con determinazione nonostante una parte politicizzata della magistratura continui a ostacolare ogni azione volta a contrastare l'immigrazione illegale di massa.
Accogliere chi ha diritto è doveroso, rispettare le leggi italiane è indispensabile. E chi non intende farlo non è benvenuto in Italia.