CATEGORIE

Enzo Tortora, perché non è stato "solo un errore" delle toghe

di Raffaele Della Valle giovedì 19 febbraio 2026

4' di lettura

Il caso Tortora, lo ribadisco ancora una volta (e sono trascorsi ormai più di quarant’anni da quando Enzo subì la mortificazione più grave che potesse capitargli, l’arresto per l’infamante accusa di essere un sodale della camorra invece che il giornalista bravo e competente che l’Italia conosceva, e il cittadino onesto e probo che tutti sapevamo), è stato un orrore giudiziario. E come tale, la vicenda da cui è stato travolto è stata consegnata alla Storia del Paese: alla peggiore Storia giudiziaria, umana e civile italiana.

Respingo con fermezza, dunque, la narrazione (oggi si chiama talvolta così per nascondere la verità e sdoganare una falsità) che tende a prevalere, in alcune trasmissioni televisive, in cui passa in secondo piano, per non dire che viene ignorata, la credibilità e l’attendibilità della testimonianza di chi quei momenti ha vissuto direttamente e sulla propria pelle. Ciò, a vantaggio di ricostruzioni quasi misericordiose, buoniste, in sintonia con la nota locuzione “chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto, scurdammoci ’o passato”) in relazione alle gravissime responsabilità addebitabili, sul piano della condotta deontologica, morale e professionale, a chi la vicenda Tortora ha dato vita e, successivamente, ha avviato e vagliato giudiziariamente fino al primo grado.

Questa è la verità da gridare al Paese e da ricordare a tutti i cittadini italiani. Come ho sempre fatto, anche, unitamente al giornalista Francesco Kostner, attraverso il libro “Quando l’Italia perse la faccia. L’orrore giudiziario che travolse Enzo Tortora”. Una testimonianza di cui, forse, quanti indugiano in questo tipo di interpretazioni avrebbero potuto tenere conto, così da poter valutare attentamente i fatti e regolarsi di conseguenza. Ma non è questo evidentemente il punto, quanto il rispetto dovuto e da pretendere per la verità giudiziaria e gli accadimenti che l’hanno caratterizzata.

La vicenda di Enzo Tortora non può essere fatta disinvoltamente rientrare tra gli errori giudiziari in cui è plausibile che i magistrati possano incorrere nel corso della loro attività. È da quando ho ricevuto la telefonata di Enzo, nel pieno della notte del 13 giugno 1983, che mi avvertiva, con la voce di chi è stato profanato nei valori fondanti della propria vita, di essere stato arrestato; ed è dalla stessa mattina in cui l’ho visto costretto a sfilare ammanettato davanti alla pletora di giornalisti, fotografi e cineoperatori convocati davanti alla caserma Pastrengo di Roma, e poi ogni giorno da quel momento e durante le fasi drammatiche, assurde e allucinanti della vicenda giudiziaria, che mi è stato immediatamente chiaro che Enzo fosse vittima di una macroscopica, assurda, funambolica e vergognosa alterazione della realtà.
I fatti, poi, hanno dato ragione ad Enzo e a noi difensori avvocati “evaporati” nelle ricostruzioni di queste ore che abbiamo combattuto una battaglia difficilissima, al limite della praticabilità.

Uno scontro furibondo contro chi, nonostante le evidenze inoppugnabili contrarie all’assunto accusatorio che provavamo ad esibire, e sulle quali chiedevamo a gran voce un’attenzione e un ravvedimento “operoso” a vantaggio della Giustizia oltre che del diretto malcapitato, e nonostante il nulla che l’inchiesta su Tortora mostrava sul piano probatorio, ostinatamente continuava a puntare su ciò che non esisteva. Nell’affermazione di responsabilità “marziane”, sideralmente lontane dai principi basilari su cui l’azione giudiziaria deve fondarsi, a partire dall’assunto fondamentale, irrinunciabile, indiscutibile dell’onere della prova, invece ignorato, offeso, vilipeso.

Finalmente, la verità giudiziaria, grazie al lavoro del galantuomo, serio, responsabile presidente della Corte d’Appello di Napoli, Michele Morello, e dei consiglieri a latere Rocco e Riccio è stata poi riconosciuta, ma è inaccettabile che l’inferno nel quale Enzo è finito, e la pagina vergognosa che è stata scritta a suo carico, possano essere oggi declassate al livello di comprensibili incidenti di percorso da parte della magistratura napoletana. Gli elementi che l’indimenticato e indimenticabile dott. Morello mise in fila, esaminò e valutò, con equilibrio e pacatezza, mai girando lo sguardo o cedendo alla tentazione di spettacolarizzare il suo operato, noi avvocati – che oggi rischiamo di apparire quasi evanescenti nel nostro ruolo e nel sacrificio al quale volentieri ci siamo dedicati attraverso la difesa del galantuomo Tortora – noi avvocati li avevamo immediatamente presentati, tempestivamente evidenziati, ma fummo inascoltati. E anche derisi, dall’alto di una supponenza e di un’arroganza, decimate in Appello, ma terribilmente decisive nel giudizio di primo grado. Provammo più e più volte a mettere in luce le evidenti non corrispondenze fattuali di cui la vicenda era infarcita, ma non ci fu verso di riportare “i Maradona del diritto” alla ragione.

Ecco perché parlo e insisterò fino alla morte perché nessuno abbia l’ardire – se non la sfrontatezza – di affermare che la vicenda giudiziaria di Enzo è stata un errore giudiziario. Tortora, ripeto, è stato vittima, ribadisco fino alla conclusione del primo grado di giudizio, di un orrore giudiziario. E provare, volontariamente o involontariamente, magari nel segno del giornalismo, a dire che così non è stato, significa dare alla sua vicenda giudiziaria, e alla infelice Storia che rappresenta, il volto che non ha e mai potrà avere. Non parlo, anche oggi, e ancora una volta, perché Enzo (con i colleghi D’Allora e Coppola) ho strenuamente difeso. Con struggente passione e con la certezza – nella limpidezza della vita di Tortora e nella certezza provata della Sua innocenza. Parlo perché continuo ad avere considerazione e rispetto per ciò che Enzo ha subìto. Perla dignità che ha mostrato durante la vicenda, nel corso del processo, e fuori di esso. Parlo anche e soprattutto per la sua memoria. Che né il tempo, né certe narrazioni potranno mai cancellare o modificare nella sua grave e imperdonabile verità. Tanto più che la verità non si prescrive mai.

tag
raffaele della valle
enzo tortora
referendum giustizia

Da applausi Giorgia Meloni risponde a Macron: "Ingerenze? Lui ha dato asilo ai brigatisti". E sulle toghe...

Ma è serio? L'aria che tira, Travaglio oltre il ridicolo: "Mai sentito di magistrati che..."

A caccia di finanziamenti Referendum, "lettera delle toghe per chiedere più soldi": ultimo clamoroso caso

Ti potrebbero interessare

Giorgia Meloni risponde a Macron: "Ingerenze? Lui ha dato asilo ai brigatisti". E sulle toghe...

L'aria che tira, Travaglio oltre il ridicolo: "Mai sentito di magistrati che..."

Redazione

Referendum, "lettera delle toghe per chiedere più soldi": ultimo clamoroso caso

Tommaso Montesano

Mattarella e il blitz al Csm, anche Nordio approva

Fausto Carioti

Sea Watch, il presidente del Tribunale che ha condannato l'Italia è l'autore del libro anti-referendum

Imparziale ma non troppo. Sì, perché Piergiorgio Morosini, presidente del tribunale di Palermo che ha cond...
Caterina Spinelli

L'aria che tira, Travaglio oltre il ridicolo: "Mai sentito di magistrati che..."

A L'aria che tira, il programma di approfondimento politico di La7 condotto da David Parenzo, è stato ospite ...
Redazione

Referendum, "lettera delle toghe per chiedere più soldi": ultimo clamoroso caso

Una lettera rivolta al ministero della Giustizia «per chiedere l’adeguamento delle retribuzioni di più...
Tommaso Montesano

Mattarella e il blitz al Csm, anche Nordio approva

Quella di ieri mattina al Csm doveva essere una seduta ordinaria sotto ogni punto di vista. Solito elenco di magistrati ...
Fausto Carioti