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Referendum, il no di D'Alema stupisce: un tempo aveva altre idee

La sua decisione ha colto di sorpresa anche qualche compagno di partito, che se lo ricordava quanto meno non contrario alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri
di Francesco Damato giovedì 26 febbraio 2026

3' di lettura

Va bene che il compianto Ciriaco De Mita, alle prese come segretario della Dc nel 1987 con le polemiche sul ricorso al quasi ottantenne Amintore Fanfani per sostituire Bettino Craxi alla guida del governo, e andare alle elezioni anticipate con un democristiano di nuovo a Palazzo Chigi, ne apprezzò l’appartenenza ormai all’antiquariato. Un mobile “antico”, disse, più che vecchio. Ma quello che Massimo D’Alema ha detto alla “torre di Babele” di Corrado Augias parlando della riforma costituzionale della magistratura sotto procedura referendaria mi è sembrato francamente eccessivo.

In particolare, quando ha motivato il suo no - a sorpresa anche per qualche compagno di partito che se lo ricordava quanto meno non contrario alla separazione delle carriere dei giudici e dei pubblici ministeri alla presidenza di una ormai storica commissione bicamerale per le riforme, pure della magistratura- con il rispetto del “patto” fra i partiti partecipi dell’Assembla Costituente e della Costituzione repubblicana che ne derivò. Che insieme stettero allora, in quello che il già ricordato De Mita negli anni 60 chiamava orgogliosamente “arco costituzionale”, escludendone la destra missina, e insieme dovrebbero continuare ad essere nel modificarla.

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Altrimenti ne verrebbe alterato lo spirito, diciamo così, pur essendo la Costituzione -ha riconosciuto, bontà sua, l’ex premier- modificabile con le procedure fissate dall’articolo 138, non da una delle disposizioni cosiddette transitorie. Che chiede per le modifiche, appunto, quanto meno la maggioranza assoluta dei componenti della Camera e del Senato, che è qualificata rispetto a quella semplice sufficiente per l’approvazione delle leggi ordinarie. Ed è appunto quella che ha ottenuto la riforma ora in attesa di conferma referendaria. Che non sarebbe stata possibile –“non ha luogo”, dice quell’articolo- nel caso in cui la maggioranza parlamentare fosse stata dei due terzi.

Ciò che D’Alema ha sottovalutato o ignorato è il fatto che quei partiti costituenti, chiamiamoli così, siano nel frattempo tutti morti, proprio tutti. E non di morte naturale, ma qualcuno addirittura suicida, e non fra i minori. Ne sono sorti altri, qualcuno in reale o presunta continuità di idee e di azione rispetto ai precedenti, ma comunque diversi. Il più vecchio ormai dei partiti rappresentati oggi in Parlamento è la Lega fondata nel 1991, cioè 35 anni fa. Il più giovane è quello non fondato ma appena rinominato da Matteo Renzi, così poco convinto della bontà della Costituzione entrata in vigore nel 1948 da avere tentato di modificarla radicalmente quando ne ebbe l’occasione da segretario del Pd e insieme presidente del Consiglio.

Tentò riuscendo in Parlamento e perdendo nel referendum del 2016 solo perché imprudentemente giocato con una scommessa di cui poi si sarebbe pentito, legandone cioè l’esito alla sorte del suo governo e regalando alle opposizioni, esterne e interne al suo stesso partito, un’occasione imperdibile. Sospetto ancora che fu proprio prevedendo quel percorso, inutilmente sconsigliato a Renzi sul piano personale, che Giorgio Napolitano avesse interrotto nel 2015, e non solo per motivi di stanchezza fisica, il suo secondo mandato al Quirinale.

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Lui, che lo aveva cominciato sferzando il Parlamento, fra applausi e non proteste o mugugni, sulla strada delle riforme, anche istituzionali. Il richiamo in fondo implicito di D’Alema, nella “torre di Babele”, all’arco costituzionale di memoria e confezione demitiana, contraddice peraltro lo stesso D’Alema che diventando nel 1997 presidente della già ricordata commissione bicamerale per le riforme, grazie alla preferenza espressagli sui banchi dell’opposizione da Silvio Berlusconi, chiamò alla vice presidenza un esponente non certo secondario della destra post-missina come Giuseppe Tatarella. Onestamente citato dal medesimo D’Alema con un certo compiacimento parlandone con l’ossequioso Corrado Augias.

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