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Referendum, toghe per il Sì in rivolta contro le bufale dell'Anm

di Fausto Carioti domenica 1 marzo 2026

4' di lettura

Cinquanta magistrati per il Sì. Quelli che al referendum voteranno per confermare la riforma dell’ordinamento giudiziario saranno molti di più, ma intanto questi ci mettono la faccia. Sfidano l’ostilità e i consigli dei colleghi («chi te lo fa fare di metterti contro l’Anm...») e si presentano alla maratona oratoria organizzata a Palazzo Wedekind, a Roma, dal comitato Sì Riforma, vicino alla maggioranza. Molti hanno strappato la tessera dell’Anm, qualcuno non l’ha mai avuta e qualcun altro ce l’ha ancora, sperando che un bel giorno cambierà.

Isabella Bertolini, membro laico del Csm e segretario del comitato, spiega il senso dell’iniziativa: «Non c’è una magistratura monoliticamente schierata per il No. Molti hanno scelto di dire sì a una riforma che punta a restituire fiducia ai cittadini e a valorizzare merito, capacità e trasparenza».

Sfila sul podio un bello spaccato di umanità in toga. Magistrati con ruoli di rilievo, come Giacomo Rocchi, presidente della sezione penale della Cassazione, si alternano al microfono col giudice onorario di Biella, Pietro Brovarone, e altri la cui carriera si è fermata perché sorpassati da qualche «raccomandato di ferro» spinto dalle correnti e difeso «impunemente» dal Csm (è il racconto di Margherita Di Giglio, del tribunale per i minorenni di Napoli).

Chi può fa propaganda in tv e sui giornali, i “boomer” bussano porta a porta, i più digitalizzati fanno apostolato sui social network. Tra questi c’è Natalia Ceccarelli, consigliere della Corte d’appello di Napoli. Cita la frase di Gandhi, «la felicità è quando quello che pensi, quello che dici e quello che fai sono in armonia», e confessa: «Da quando ho dichiarato la mia adesione al Sì mi sento felice e libera. Dopo tanti anni avverto l’orgoglio di essere un magistrato. A lungo mi sono vergognata a dirlo. Non vogliamo più che le correnti ci tolgano la dignità».

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Per tutti, le correnti e l’Anm sono il male da battere; la cura è il sorteggio dei consiglieri dei due Csm e dell’Alta corte disciplinare. Antonio Sangermano, capo del Dipartimento per la giustizia minorile, argomenta che la riforma avrebbe potuto essere scritta meglio se ci fosse stato un confronto «franco e non conflittuale» tra governo e magistrati, ma questo non è avvenuto «perché la magistratura moderata è caduta nella trappola tesa dalla magistratura progressista, dove la politica la sanno fare bene, perché l’hanno nel dna: Gramsci diceva che la giurisdizione è una forma della politica. Hanno capito che questa è un’occasione ghiotta per far cadere il governo Meloni». La contrapposizione, prosegue Sangermano tra gli applausi, è dovuta al fatto che «questo governo e questa maggioranza parlamentare sono considerati illegittimi. Perché non sono gli eredi della resistenza, perché sono estranei al patto costituzionale, perché la Costituzione è soltanto dell’Anm, dell’Anpi, della Cgil e dei partiti di sinistra». Ma quelli che la pensano così, avverte, «dimenticano che la maggioranza ha vinto democraticamente le elezioni, che non ha trasformato l’aula di Montecitorio in un bivacco per manipoli e non ha mandato in giro le squadracce. Ma ha applicato democraticamente l’articolo 138 della Costituzione».
Come altri prima e dopo di lui, Sangermano denuncia che «la selezione dei dirigenti del Csm è stata delegata a un’associazione privata, l’Anm. Ovvero alle correnti». Il sorteggio è dunque «una risposta concreta a un problema reale».

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Anna Gallucci, sostituto procuratore a Pesaro, dice di avere scelto di rompere il silenzio «perché davanti a tante fake news ho ritenuto doveroso parlare. Voterò Sì perché voglio che, se un innocente viene ingiustamente condannato, qualcuno paghi per questo». Giuseppe Visone, pubblico ministero della Dda di Napoli, dedica il suo intervento proprio alla demolizione delle «falsità, banalità e menzogne» diffuse dal comitato per il No dell’Anm.

Come quella secondo cui «questa riforma mette il pm sotto l’esecutivo». Quando invece, grazie ad essa, «per la prima volta il pm trova dignità in Costituzione». O come la bufala secondo cui la riforma viene fatta per i quaranta magistrati l’anno che cambiano la funzione. «Gretti, ignoranti: la distinzione di funzioni è una cosa completamente diversa dalla separazione delle carriere, ma questo denota un approccio autoreferenziale e corporativo della magistratura. Come se la giustizia fosse solo affare dei magistrati e non dei cittadini».

Il pubblico ministero Gennaro Varone, della procura di Pescara, contesta la «pretesa di immunità» ostentata da altri pm. E vuole la separazione delle carriere «perché è il primo passo per rendere il pubblico ministero responsabile delle conseguenze delle sue azioni».

A chi dice che non si può toccare la Costituzione che ci hanno lasciato i padri costituenti, risponde che «i padri costituenti, pace all’anima loro, sono morti. Ora i padri siamo noi e abbiamo il dovere di dare ai nostri figli un futuro migliore».

Tira le somme il giurista Nicolò Zanon, presidente del comitato: «Tanti magistrati sono insofferenti al potere di controllo delle correnti e interpretano questa riforma come una grande occasione di liberazione dei talenti, delle capacità, dei meriti, a prescindere dalle appartenenze correntizie. Un bene per la magistratura e per tutti i cittadini».

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referendum giustizia

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