Egregio Direttore, ho letto su La Repubblica un articolo, a firma del professor Gialuz e della dottoressa Tobagi, che mette in dubbio il pensiero di Giuliano Vassalli sulla separazione delle carriere. Nel ribadire l’autenticità dell’intervista rilasciata dall’insigne giurista al Financial Times nel 1987, vorrei ricordare, soprattutto al prof. Gialuz, che non si può affermare la mancanza di «contributi diretti a firma dell’interessato».
Gialuz evidentemente non conosce il testo dell’intervento svolto al Senato dal senatore. Vassalli in sede di discussione generale della legge delega del codice accusatorio, il 19 novembre 1986 (atti Senato, n.519, p. 11-15). Citando la lezione di Giovanni Conso, altro padre della procedura penale, Vassalli sostiene che il processo accusatorio «nella sua forma più tipica esso presenta le seguenti caratteristiche: in primo luogo, necessità di un’accusa proposta e sostenuta da persona distinta dal giudice... è proprio il nostro ordinamento giudiziario il primo elemento contrario al sistema accusatorio».
Vassalli cita poi la durissima posizione di Vittorio Frosini «che è stato membro del Consiglio superiore della magistratura, e per giunta, pur nella sua libertà di studioso, uno dei più allineati alle posizioni del Consiglio stesso, dice che “nel nostro sistema il pubblico ministero appare titolare di un potere monocratico coperto da immunità e da privilegi, sottratto ad ogni controllo e censura, difeso dall’alibi giuridico dell’obbligatorietà dell’azione penale che gli consente di procedere, sulla base anche del solo sospetto di reato, a comunicazioni giudiziarie, ad ordini di comparizione e di cattura, ad incarcerazioni in attesa di giudizio”. È vero che alcuni di questi poteri il nostro disegno di legge li toglie, ma rimane il fatto che il pubblico ministero è un magistrato appartenente all’ordine giudiziario. Alla separazione dei ruoli non si pensa ancora di arrivare o se ne parla genericamente, speriamo che ci si arrivi. Ma in un ordinamento che considera il pubblico ministero un magistrato, che gli conserva in mille cose una posizione diversa da quella del difensore (e ciò è indiscutibile) e vicina a quella del giudice, che mantiene il principio di obbligatorietà dell’azione penale, che permette interventi presidenziali sulla prova nel dibattimento... e altre cose ancora che diversificano così profondamente il sistema da noi attuato da quello accusatorio, era ben legittimo interrogarsi sull’opportunità o meno di mantenere questo riferimento».
Il pensiero di Vassalli è chiarissimo e inequivocabile, il processo venne definito accusatorio per «opportunità politica», per non dare pretesti ai magistrati che altrimenti avrebbero ripristinato «un sistema assolutamente reazionario». Ma il processo penale non sarà mai realmente accusatorio finché non si realizzerà la separazione delle carriere da lui espressamente auspicata (speriamo che ci si arrivi), tanto nell’intervista al Financial Times quanto al Senato.
*Ordinario di Diritto processuale penale, Università di Milano-Bicocca