La Loggia P2. La tecnodestra. Trump e Musk. L’Expo di Milano. I centri per i rimpatri in Albania. Il generale libico Almasri. Persino la villa di Berlusconi ad Arcore. C’è di tutto un po’ in Il ritorno della casta (Bompiani, pp. 208) di Sigfrido Ranucci, presentato come “il più autorevole giornalista d’inchiesta italiano”. Scende in campo anche lui, pardon in libreria, il confezionatore di servizi a orologeria contro il centrodestra (marchio di fabbrica Report), a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. Obiettivo: infangare il governo per provare a trainare il “No” nelle urne.
Un volume-manifesto che si propone di affossare la riforma costituzionale, spacciandola come un “regolamento di conti tra la casta e la magistratura”. E per farlo usa i morti, 28 magistrati, assassinati perché colpevoli di aver scavato e fatto chiarezza su gli episodi più controversi e bui della storia della Repubblica. Dalla mafia al terrorismo (rosso e nero). Sfruttare sangue innocente per un tornaconto politico è già di per sé deprecabile; sfruttarlo senza alcun nesso logico-consequenziale è ancora peggio.
La melassa retorica che riempie l’introduzione del libro, intitolata “Sempre per sempre”, è stucchevole. Ranucci si rivolge direttamente alla Costituzione. Sentite qua: «Queste parole sono dedicate a te e ai magistrati uccisi nel corso della tua storia, le toghe che non sono diventate rosse nei corridoi del potere o mentre baciavano giovani contestatrici come ha scritto qualcuno in un recente post denigratorio, ma sull’asfalto di Capaci, tra le lamiere di via D’Amelio, lungo le strade di quelle città che cercavano di difendere e che invece li hanno lasciati soli». E ancora: «Sono rosse del sangue versato per difendere un’idea: che la legge non debba guardare in faccia a nessuno, nemmeno a chi siede nei palazzi più alti. Anche a loro chiediamo scusa, perché oggi il loro sacrificio sembra pesare meno della propaganda. È paradossale e crudele: morire per la Costituzione e vedere quella stessa Carta aggredita, i suoi pesi e contrappesi messi in dubbio o trasformati in un bersaglio». Il messaggio che si vuol far passare è molto semplice: chi ha a cuore i giudici morti ammazzati deve cassare il referendum per difendere la Costituzione. Un’eresia. Perché né la separazione delle carriere né il sorteggio del Consiglio superiore della magistratura, ovviamente, sono funzionali a mafiosi e terroristi. Ma il “gratterismo”, ormai, va per la maggiore sul fronte del “No”...
La tesi avvalorata da Ranucci è un misto di fantascienza e complottismo. Ci sarebbe un filo nero, quale altro colore altrimenti?, che dal “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli (’76) arriva al governo Meloni. Un “piano eversivo”, quello della P2, che oggi starebbe assumendo “forme sempre più minacciose in Italia” ma andrebbe inscritto “anche nell’inquietante disegno di un nuovo ordine mondiale”. Addirittura.
«Cinquant’anni dopo, ripercorrere i punti di quel programma fa impressione. E l’impressione è che quel piano, pezzo dopo pezzo, si stia realizzando», scrive Ranucci nel libro. Sul banco degli imputati del conduttore di Report non poteva che esserci Silvio Berlusconi, responsabile di tutti i mali del Paese, a partire dal suo sogno di riformare la giustizia. Che la riforma Nordio sia stata dedicata dal centrodestra all’ex presidente di Forza Italia, per la vulgata del “No” è la riprova della “restaurazione della casta”. A cui contribuirebbero, non si sa come, pure Trump, Bezos e Musk.
Si parte dai magistrati assassinati e si chiude coi Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, in particolare il primo capitolo che tratta l’impunità dei signori della Milano del Seicento garantita dai corrotti funzionari spagnoli. Un parallelo senza tempo ma soprattutto senza senso. Ma ormai vale tutto. E tutto fa brodo per sponsorizzare il “No” contro la maledetta casta.