Deve essere difficile rimanere coerenti con se stessi quando il passato ritorna. Soprattutto se a parlare è un pezzo da novanta della sinistra come Goffredo Bettini, ascoltatissimo dal Pd e pure dai Cinquestelle. L’ex senatore Ds si è sempre espresso a favore della separazione delle carriere tra giudici e pm, addirittura ha detto che questa è un’ottima riforma adesso però si dichiara convintamente per il No perché spera così in una spallata al governo Meloni. Per il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, non c’è dubbio: «Chiamo a sponsorizzare il contenuto della riforma non una persona che vota Sì, ma una persona che vota No, che sinceramente e lealmente ha detto voto No perché abbiamo la speranza» di far dimettere il governo Meloni», ha detto ieri su queste pagine intervistato dal direttore di Libero, Mario Sechi.
Bettini deve avere letto di prima mattina l’intervista al Guardasigilli e c’è rimasto male. «Non ho mai pronunciato le parole che Nordio mi attribuisce», ha replicato a caldo. Per l’ex senatore dem «il ministro Nordio mi chiama in causa in modo confuso e provocatorio, in linea con il comportamento generale del suo governo circa il referendum sulla giustizia. E malamente irrispettoso e banalmente strumentale, a fronte di un mio comportamento sul tema ragionevole, misurato e democratico». Bettini prova a rigirare la frittata. «Quando si è discusso alle Camere Penali il tema della separazione delle carriere, ho dichiarato un’adesione al principio. Mi sembrava un segnale per garantire un processo penale più equo. Ma questo segnale», ha agggiunto in una lunga nota all’Adnkronos, «è svanito via via di fronte al complesso della riforma presentata e al contesto culturale, ideale e politico che la circonda e la soffoca».
L’ex Pd sostiene di avere «svolto un ragionamento sulla separazione delle carriere» e prova a uscire dall’imbarazzo citando «i problemi che a me stanno più a cuore: le carcerazioni facili, la lunghezza dei processi, la condizione medioevali dei carceri» per poi assicurare: «Sono per il no sia nel merito sia per il contesto», il mio «non è un voto propagandistico e settario contro la Meloni. Bensì, la considerazione che il tassello della riforma vive ed è inteso come un tassello dell’avanzata italiana e mondiale di una destra estrema. I principi non sono “cacio cavalli appesi”. A stretto giro è arrivata la replica del ministro. «Capisco che il povero Bettini sia stato costretto all’autocritica, nella migliore tradizione dei processi stalinisti, da Koniev a Kamenev a Bucharin. Ma non siamo più nell’Urss, dove i libri erano stampati a fogli mobili, che si sostituivano per modificare il passato. Le sue parole sulla riforma rimangono e la sua retromarcia mi suscita una tenera pietà». Il botta e risposta non finisce qui.