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Bisogna anteporre il bene dello Stato agli interessi di parte

La scelta alle urne è chiara: da una parte la separazione delle carriere, dall'altra il pantano
di Lodovico Festasabato 21 marzo 2026
Bisogna anteporre il bene dello Stato agli interessi di parte

3' di lettura

Giorgio La Malfa pare pensare, così una sua battuta, che a destra tutti votino Sì perché sono inquadrati, mentre a sinistra c’è chi vota Sì perché da questa parte c’è una vera libertà. È un’affermazione stravagante da parte di chi si definisce innanzi tutto “repubblicano” e non ricorda come il 2 giugno 1946 quando il popolo decise la forma istituzionale del nostro Stato, tutti i repubblicani (troppo inquadrati?) votarono per la forma repubblicana, mentre coloro che avevano sentimenti monarchici, soprattutto tra i Dc, si divisero.

In realtà quando una grande Paese come l’Italia fa i conti con una questione che riguarda il suo destino, c’è chi pensa essenzialmente agli interessi della propria fazione, ma c’è anche chi antepone a tutti gli interessi particolari quelli della nazione.

Così elettori di spirito monarchico che pur erano consapevoli del ruolo fondamentale che avevano avuto i Savoia nell’unificare l’Italia, si resero conto che solo la scelta repubblicana poteva chiudere quella pagina tragica della nostra storia che andava dall’entrata in guerra nel 1915 alla fine della Seconda guerra mondiale nel 1945.

E così oggi chi vota Sì non dimentica i magistrati che hanno combattuto terrorismo e mafia in modo spesso eroico, è consapevole della qualità di tanti togati figli di una tradizione giuridica tra le più qualificate al mondo, è deciso a difendere la sacra indipendenza di giudici e pm (finalmente separati tra loro anche nei Csm per garantire quella dialettica che sola tutela pienamente chi è sottoposto a giudizio), ma vuole anche chiudere una stagione lunga 34 anni quando a scelte giuste che riguardavano l’eccessiva protezione giuridica dei parlamentari (allora si “toccò” “l’intoccabile” Costituzione nell’articolo 68 sull’autorizzazione a procedere e quello 79 sulle amnistie con maggioranze semplificate) non corrisposero indispensabili interventi sul sistema corporativo di organizzazione della magistratura (avviato dal regime fascista e anomalo rispetto a tutte le grandi liberaldemocrazie) che oltre a coprire un fattuale e non più accettabile diritto all’irresponsabilità dei magistrati, favoriva un improprio ruolo di potere di un ordine dello Stato.

Qualunque persona in buona fede e informata, è consapevole come la stagione post ’92 abbia nuociuto al nostro Stato, alla formazione di una nuova qualificata classe dirigente, alla protezione degli interessi dei ceti popolari che hanno nella sovranità popolare e quindi nel valore del voto politico un presidio fondamentale dei loro diritti. E sa, anche, quanto questa nuova stagione abbia limitato il ruolo e il peso dell’Italia in Europa e nel mondo. Ogni persona in buona fede è consapevole come di fatto si sia promossa un’impropria politicizzazione della magistratura tra l’altro ben testimoniata dalla campagna referendaria dell’Anm e si siano trasformati certi magistrati da funzionari al servizio dello Stato in star provocatorie al servizio di se stessi.

Se a destra, nel voto al Sì, si unisce chi pensa all’interesse della nazione a quelli che anche guardano a interessi di fazione, a sinistra, accanto a una poderosa ondata di settarismo, si è manifestata - con un ampio e qualificato numero di testimonianze - una straordinaria scelta di anteporre l’interesse nazionale a quello di fazione.

Proprio per questo motivo riprendendo uno slogan di Pietro Nenni che diceva: o «la Repubblica o il caos», oggi si può affermare: «O la separazione delle carriere o il pantano»: quel pantano che se prevalesse il No continuerebbe a condizionare l’Italia.