Chiamarla “misura” sarebbe sbagliato in partenza: la “giustizia riparativa” è piuttosto un cammino. Un percorso che si fa sulla propria pelle, dentro la propria testa e, prima di ogni altra cosa, insieme a qualcun altro. Due paletti, per sgombrare il campo dagli equivoci. Il primo: della pena non cancella niente, non un giorno, non una virgola; la sentenza resta quella, i procedimenti giudiziari proseguono per la loro strada come se nulla fosse. Il secondo: il suo peso è quasi simbolico, perché lo scopo non è «riparare il danno». Non a caso la riforma Cartabia che l’ha introdotta parla di «azioni consapevoli e responsabili verso l’altro che possano ridare significato, laddove possibile, ai legami fiduciari fra le persone».
Detta altrimenti: la “giustizia riparativa” è un cambio di paradigma. È il reato osservato (anche) con occhi diversi, nelle conseguenze che produce sulle persone. L’idea nasce negli anni Ottanta, in nord America, e forse un motivo c’è. E attenzione, i protagonisti sono tre, non due: da una parte la vittima (o le vittime, o i loro famigliari), dall’altra chi il crimine l’ha commesso, in mezzo un mediatore. Il primo passo è sondare il terreno: si prendono i contatti, si verifica se un incontro è possibile. E qui niente è garantito, né da una parte né dall'altra: serve che l’indagato (o l’imputato) ammetta la propria responsabilità e serve il sì della vittima o dei suoi cari. Un sì che arriva più spesso di quanto si creda: nel suo Il perdono responsabile (Ponte alle Grazie) Gherardo Colombo annota che, tra le parti lese, «quasi sei su dieci accettano la mediazione».
Mica bruscolini. Dopodiché la palla passa al mediatore, che organizza gli incontri: quanti, non lo dice nessuna regola; come, invece, sì, sempre e solo faccia a faccia. Il traguardo vale doppio. Chi ha sbagliato fa i conti con quello che ha fatto, e con quanto è grave; chi ha subìto riceve una riparazione, simbolica o materiale che sia, che porta comunque scritto sopra: scuse.