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Chico Forti "è innocente. Ecco chi ha ucciso mio fratello": l'intervista esclusiva a Bradley Pike

di Alessandro Dell'Orto martedì 7 luglio 2026

7' di lettura

«Chico non ha ucciso mio fratello, è innocente. E io non me ne andrò dall’Italia finché lui non sarà libero». Bradley Pike è il fratello di Dale Pike, il 43enne trovato morto nel 1998 in una spiaggia di Miami, omicidio per il quale è stato condannato all’ergastolo Chico Forti, che ha passato 25 anni in cella in Florida e poi, nel 2024, è stato trasferito nel penitenziario di Verona.

Una vicenda torbida e assurda, quella dell’imprenditore italiano: Chico è stato accusato senza indizi, giudicato senza avvocati, dichiarato colpevole senza vere prove. Ora, a sua difesa, scende in campo - in prima persona - addirittura Bradley Pike, che è arrivato in Italia proprio per conoscere Forti e partecipare alla giustizia riparativa. E per urlare a tutti che, per l’omicidio di suo fratello, hanno incolpato la persona sbagliata.

Bradley, cosa l’ha spinta a venire qui dall’Australia, dove lei vive? 
«Il mio unico scopo è quello di ridare libertà a Chico e restituirgli l’onore. Quando ho saputo che gli hanno negato la libertà condizionale mettendo di mezzo il mio nome e quello della mia famiglia sono rimasto turbato. Scosso».
Nelle motivazioni con le quali il Tribunale di sorveglianza di Venezia ha rigettato l’istanza si legge che «non si ravvisano i requisiti del “sicuro ravvedimento”». E che «non sono emerse manifestazioni di interesse per i parenti della vittima del reato, anche soltanto sul piano morale». 
«Tutte falsità. La verità è che in questi anni nessuno, nemmeno tra i giornalisti, mi ha mai interpellato, nessuno ha chiesto il mio punto di vista. Per capire tutto sarebbe bastato domandarmi: “Bradley, cosa pensi di Chico Forti?“, “Ti deve dei soldi?”. E invece sono stati scritti anche articoli calunniosi per i quali, ora, potrei anche pensare di agire a livello legale».
La cosa che l’ha più infastidita?
«Non aver ricevuto notizie di Chico negli ultimi 25 anni. Eppure abbiamo cercato di incontrarci più volte, ma non ci è mai stato permesso. Quando, finalmente, nel febbraio 2019 ero riuscito a farmi organizzare una visita nel carcere di Miami, all’ultimo momento mi hanno bloccato dicendo che gli avevano trovato un cellulare nella cella e avevano sospeso le visite. Cosa non vera».
C’è anche la questione del risarcimento. Nelle motivazioni i giudici hanno ritenuto che «non sussista alcuna causa non imputabile al condannato che renda concretamente impossibile il soddisfacimento - almeno parziale dell’obbligazione risarcitoria», precisando che «i congiunti della vittima - padre e fratello - sono identificati e reperibili». Suo papà, però, è morto ad Ibiza più di 7 anni fa, il 24 febbraio 2019. 
«Questa è stata la molla che mi ha convinto a venire in Italia per chiarire tutto definitivamente. E aiutare Chico. Io non ho mai chiesto nessun risarcimento economico, mai e poi mai. E soprattutto non lo chiederei certo per una vicenda che ha rovinato la vita di due persone e due famiglie».
Quando è arrivato a Verona?
«Lo scorso 5 maggio. Il 20 maggio io e Chico ci siamo incontrati per il programma di giustizia riparativa e siamo stati insieme quattro ore. Poi ci siamo rivisti il 25 maggio altre quattro ore».
Come è stato l’impatto?
«Commovente, è stato così forte a livello emotivo che mi si è gelato il sangue. Il momento in cui ho conosciuto Chico, per me, è stata una liberazione dopo 26 anni di dolore e sofferenza. Gli ho dedicato una poesia e gliela ho consegnata, si intitola “The quest”».
Cosa non dimenticherà mai di quel primo incontro? 
«Gli occhi di Chico. Quando sai leggere nello sguardo di una persona riesci ad arrivare direttamente alla sua anima e io in quel momento ho capito che avevo ragione: Chico non c’entra niente con l’omicidio di mio fratello. Io ne sono sicuro, il suo dolore è anche il mio e finché Chico è incarcerato sarò incarcerato anche io».
Bradley, quando si è convinto della sua innocenza? 
«Nel 2018 sono andato negli Usa perché la CBS, un’importante tv americana, mi ha invitato al programma investigativo “48 Hours” per lo speciale “The Case Against Enrico Forti”. Tra le condizioni che ho posto per accettare c’era quella di poter avere l’intera trascrizione degli atti processuali: 3500 pagine».
E li ha studiati?  
«Dalla prima all'ultima riga. Già prima avevo molti dubbi su questa storia e su come era stata condotta, ma quando ho finito di leggere tut«Dalla prima to il malloppo mi è apparso evidente che c’erano talmente tanti buchi in questa vicenda, basata su investigazioni scorrette e presunzioni senza prove, da renderla poco credibile. Per questi motivi, e per una mia intuizione interiore, ho capito che Chico non ha colpe».
Lei, questa sua certezza, nel 2020 l’ha scritta in due lettere inviate a Joe Biden, allora presidente degli Stati Uniti, e a Ron DeSantis, governatore della Florida. 
«Ho chiesto che Chico venisse liberato, ma non ho ricevuto risposta».
Con i media, però, finora non si era mai esposto. 
«Temevo di venire strumentalizzato, temevo i toni sensazionalisti nei confronti della mia famiglia e di mio padre. Questa è la prima vera intervista e so che qualcuno mi attaccherà, ma non ho paura».
Bradley, lei si è letto tutto le 3500 pagine degli atti processuali. Quali sono le accuse più assurde nei confronti di Chico? 
«Innanzitutto il movente. Per quale ragione un ragazzo come lui, di successo, con una meravigliosa moglie incinta e due figlie piccole, avrebbe dovuto uccidere per un vecchio rudere trasformato in albergo (Chico era interessato al “Pikes Hotel” di Ibiza di Anthony Pike, padre di Dale e Bradley ndr)? Per quanto riguarda gli indizi, invece, tutto è stato messo lì per fare scena».
Quindi lei è convinto che Forti sia stata incastrato. Ma perché? 
«C’è molto di più sotto la superficie di questo caso, anche se io non ho le prove. Sicuramente c’è stato un insabbiamento, sono state protette persone di un certo rilievo: per evidenti e palesi questioni economiche hanno dovuto trovare un capro espiatorio».
Per quale motivo?
«L’omicidio di mio fratello è arrivato dopo il delitto di Gianni Versace (15 luglio 1997, ndr) e in quel momento era collassato tutto il mondo dei ricchi che abitava a Miami: la gente aveva paura e scappava, causando così grossi problemi al turismo. Ecco perché c’è stata la necessità di trovare un colpevole: per eliminare la perdita di denaro e dare idea al mondo che polizia di Miami fosse efficace».
Ma chi è, secondo lei, il vero colpevole?
«Io ho un’idea precisa. Chiunque abbia studiato il caso sa che c’era una persona conosciuta, e non solo in America, come un imbroglione, un vero criminale».
Facciamo il nome?
«Il tedesco Thomas Knott, uno che più volte ha truffato per milioni e milioni di dollari, uno che usava e rubava le carte di credito di mio padre. Poco dopo aver accettato di collaborare con lo Stato contro Chico, l’hanno fatto andare via, scappare all’estero».
L’ha mai sentito?
«L’ho cercato pagando anche degli investigatori privati, ma è sempre riuscito a fuggire».
Suo fratello Dale, quindi, la sera dell’omicidio è stato con Knott? 
«Sicuramente. Lui voleva essere come nostro padre - io invece sono sempre stato il suo opposto -, amava la bella vita, i party, le donne e Knott poteva offrirgli tutto questo».
E il movente dell’omicidio quale sarebbe stato?
«Mio fratello e mio padre stavano diventando sospettosi su quanto stesse facendo il tedesco, per questo avevano deciso di incontrare lui e Chico. E Knott si è spaventato, temendo che venissero a galla tutte le sue truffe nei confronti di papà, che era molto malato».
Bradley, lei come ha saputo dell’omicidio?
«Ero in Australia e mi hanno telefonato alle 5 di mattina per darmi la notizia. Sono stato io a dover dire a mia madre che suo figlio era morto assassinato: è stata la cosa più terribile e difficile della mia vita».
A proposito di suo fratello. Se oggi potesse riabbracciarlo, cosa gli chiederebbe? 
«Se aveva una premonizione. Io sono convinto che lui sapesse che andare a Miami significava correre incontro alla morte. Dale, dal giorno del suo omicidio, lo sento sempre vicino a me, è con me. Non solo. Mio padre è morto nel 2019 e mamma 8 mesi dopo. Questi tre spiriti mi guidano, sono stati loro a mandarmi a Verona dicendomi: “Vai e fai uscire Chico”».
Bradley, quanto altro tempo si fermerà in Italia? 
«Ora mi sposto qualche mese in Montenegro, ma a settembre tornerò perché voglio parlare ai magistrati. Ho già chiesto di farlo per fornire a loro la mia versione dei fatti, ma mi è stata negata la possibilità. Quando verrà discussa la prossima richiesta di libertà per Chico vorrò esserci e rivolgermi direttamente alla corte».
Ultima domanda. Chiuda gli occhi e guardi nel futuro. Cosa vede? 
«Io e Chico siamo fratelli nel cuore e incontrarci è stato un modo per lenire il trauma e il dolore di entrambi. Non mi darò pace finché non tornerà libero perché quando metti in prigione un innocente non metti in prigione solo lui, ma anche i suoi amici, i suoi figli, i suoi parenti. Non si può rimanere insensibili a questo. Un giorno le nostre famiglie (Bradley ha una figlia di 12 anni che si chiama Phoebe, ndr) si riuniranno e, tutti insieme, recupereremo gli anni persi».

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