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Perugia, la Procura generale: "La nazionalità dell’indagato non va più comunicata"

di Redazione venerdì 10 luglio 2026

2' di lettura

Siamo all'assurdo. Il virus del politicamente corretto sta infettando anche la giustizia italiana. La Procura generale di Perugia ha infatti deciso di fissare nuove regole per la comunicazione degli uffici requirenti del distretto. Il documento è datato 12 giugno 2026. Ed è articolato in un decalogo, che richiama principi condivisibili come il rispetto della presunzione di innocenza, la sobrietà nella diffusione delle notizie e il divieto di spettacolarizzare le indagini. Ma c'è anche un passaggio piuttosto bizzarro, che merita di essere esaminato parola per parola. 

Tra le “condizioni operative integrative”, infatti, è presente anche una disposizione che è destinata a fare scalpore. "È fatto divieto di indicare la nazionalità dell’indagato - si legge nel documento della Procura generale di Perugia -, salvo che ciò risulti strettamente indispensabile per specifiche e motivate ragioni di interesse pubblico”. Facciamo un esempio. Se un marocchino, un tunisino, un polacco o un italiano vengono iscritti nel registro degli indagati, quel dettaglio non dovrà più comparire nei comunicati della Procura. Tranne che per i casi eccezionali. Quindi non sarà più possibile sapere se uno specifico reato è stato commesso da uno straniero, un extracomunitario o un italiano. Da qui, una domanda più che lecita: se la nazionalità corrisponde a un'informazione vera, perché ometterla? Che sia una decisione puramente ideologica? A pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca. 

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Non è un mistero: da decenni una parte della sinistra e dell'informazione progressista sottolinea che alcuni dati "alimentano la percezione dell’insicurezza”. Ma non è nascondendo la polvere sotto il tappeto che si pulisce il soggiorno. Omettere la nazionalità non cambia la realtà, che resta drammatica. E i dati lo confermano. In Italia ci sono 20.307 detenuti stranieri nelle carceri, un dato che corrisponde al 31,5% dell’intera popolazione carceraria (composta da 64.436 persone in totale), come si apprende dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Da non dimenticare anche l'aspetto più delicato: il rapporto di fiducia tra Stato e cittadino. Non è compito della magistratura decidere quali fatti possano essere raccontati e quali invece debbano essere nascosti. Le notizie non possono essere autorizzate dall'alto, previo filtraggio politicamente corretto. Il problema quindi non è più soltanto la comunicazione giudiziaria. Ma la trasparenza.

Nulla vieta di nascondere determinate informazioni alla popolazione. Ma nell'era dei social e del web, gli utenti sono perfettamente in grado di recuperare certi dati per vie traverse. Con il rischio che tali informazioni circolino senza verifiche e senza contesto alimentando quindi il fenomeno delle fake news. Un paradosso nel paradosso.

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