Ci sono vicende che raccontano esattamente come (non) funziona la giustizia italiana. Non per la loro portata giuridica, ma perché mettono a nudo i meccanismi di una macchina amministrativa priva dei principi di proporzionalità. La storia di Gianni Alemanno è una di queste.
Non interessa qui discutere le sue vicende giudiziarie, che hanno seguito il loro corso. Interessa invece un altro aspetto: è davvero possibile che lo Stato mobiliti uffici, magistrati, avvocati e perfino la Corte di Cassazione per contestare una riduzione di sei giorni, già riconosciuta dal Tribunale di Sorveglianza e già difesa in un precedente giudizio?
LO SFOGO
Da qui lo sfogo di Alemanno: «Di fronte all’evidente sproporzione di questi interventi (e dei relativi costi), rispetto all’oggetto concreto del contenzioso – ripeto, sei giorni di detenzione – divengono inevitabili alcune domande». E ancora: «Al ministero della Giustizia non hanno niente di meglio da fare?». Domande difficili da liquidare come semplice polemica politica.
La risposta di Carlo Nordio non si è fatta attendere. Il ministro ha annunciato la revoca del ricorso spiegando di non esserne stato informato e disponendo un’indagine interna per accertarne le responsabilità nell’ambito del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Un intervento che racconta molto più del caso Alemanno. Racconta un problema antico: quello di una burocrazia che spesso procede per inerzia, secondo automatismi e senza una reale valutazione giuridica e amministrativa. Si invoca la separazione dei poteri, sacrosanta in una democrazia, ma troppo spesso ci si dimentica che anche i burocrati devono rispondere a criteri di logica e buon senso. Quando questo equilibrio si rompe, il rischio è che la macchina amministrativa continui a muoversi da sola, indipendentemente dall’utilità concreta delle sue iniziative.
Il punto, infatti, non sono i sei giorni. Il punto è il messaggio che passa. Se per una questione di così modesta entità si arriva fino alla Cassazione, quale immagine offre lo Stato ai cittadini? Quella di una burocrazia capace di concentrare le proprie risorse sulle emergenze della giustizia o quella di un apparato che, talvolta, sembra incapace di distinguere ciò che è essenziale da ciò che non lo è? Nel frattempo i tribunali sono sommersi da arretrati, i processi durano anni, migliaia di cittadini attendono risposte su questioni ben più rilevanti e le carceri continuano a soffrire di un cronico sovraffollamento, come ha rilanciato lo stesso ex sindaco di Roma, ora nella squadra di Vannacci, che torna ad esortare il Guardasigilli ad «entrare in cella» per vedere con i propri occhi una realtà che ha definito «un vero inferno». Il ministro non si fa cogliere impreparato. Spiega che è stata avviata dal Gabinetto già da giorni un’istruttoria per la verifica del sistema di calcolo degli spazi dei detenuti nelle celle e invita Alemanno al dicastero di via Arenula («quando lui vorrà»).
RINGRAZIA
Non si è fatta attendere neanche la risposta dell’ex primo cittadino di Roma che oltre ad accettare l’incontro («già dalla prossima settimana») ringrazia Nordio «per la sensibilità dimostrata e per la revoca del ricorso del Dap». Questo incidente «dimostra ancora una volta come i vertici del Dap agiscano in modo incontrollato anche rispetto al ministero di riferimento», sottolinea l’ex ministro delle Politiche agricole e forestali nei governi Berlusconi. La decisione di Nordio di fermare il ricorso e di aprire un accertamento interno appare significativa. Se davvero si è trattato di un automatismo burocratico, allora il problema è persino più grave dell’episodio in sé. Perché dimostra che esiste una obsoleta struttura che rischia di agire senza una valutazione sull’opportunità delle iniziative intraprese. La giustizia ha bisogno di efficienza, responsabilità e capacità di concentrare uomini e risorse dove servono davvero. Altrimenti il pericolo è che siano proprio la burocrazia e gli automatismi amministrativi a fare più danni di certe sentenze...