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Ranucci, parla Lucio Varriale: "Lavitola faceva il boss. Mi disse: 'Sigfrido comanda i giudici...'"

di Giacomo Amadori mercoledì 26 agosto 2026

5' di lettura

Per anni ha fatto il tele-tribuno sulla sua tv Julie Italia. Un Vittorio Sgarbi campano che ha usato le telecamere per attaccare quasi tutti i giorni alcuni magistrati che, a suo dire, stavano boicottando le sue attività imprenditoriali.

Alla fine Lucio Varriale, 74 anni, si è preso una condanna in primo grado a 7 anni e 10 mesi per reati fiscali e una denuncia da parte di una ventina di magistrati, a partire dall’attuale capo della Direzione nazionale antimafia Giovanni Melillo, diventato il principale bersaglio delle intemerate dell’uomo. Questo delicato fascicolo da Roma è passato a Perugia ed è ritornato a Roma.

Eppure Varriale, che è anche avvocato, si definisce, con un certo afflato, «un incensurato» che è stato «prosciolto in 39 procedimenti su 40 subiti» e che è «stato arrestato per l’attività di opinionista», ma che continua «ad avere fiducia nella magistratura». Detto questo, è certamente un personaggio sopra le righe e, quindi, non deve stupire che sia stato amico e sodale di Valter Lavitola. Ma anche «una sua vittima».

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IL COMMENTO AL GIUDICE

Nei giorni scorsi Varriale ha pubblicato un commento sul caso Ranucci e sulla candidatura in politica del giornalista sotto il post di un magistrato, Luigi Bobbio, giudice a Nocera Inferiore. Ecco il testo: «Caro Luigi conosco personalmente la storia perché Valter mi voleva coinvolgere... a giugno 2024 gli consigliavo di non farlo... litigò per una banalità e mi mandò a minacciare dal gorilla killer oggi in fuga...erano d’accordo e la magistratura non può toccare Ranucci eletto a loro simbolo con standing ovation dall’assemblea dell’Anm... da tempo volevo segnalare a Lo Voi (Franco, il procuratore di Roma, ndr) la verità, ma non volevo essere responsabile dell’arresto di nessuno». Quindi ha aggiunto: «Lui con me non parlava di Ranucci, ma di un giornalista che comandava la magistratura e mi diceva che anche io ne avrei tratto vantaggi». Sino alla conclusione: «Andavo spesso al suo ristorante Cefalù, frequentato da politici e figure istituzionali.

Non mi faceva pagare e ricambiavo con doni... portavo mozzarelle e sfogliatelle da Napoli... Ranucci partecipava (al progetto, ndr) e gli faceva anche pressione».
Contattato da Libero, Varriale riprende l’argomento: «È sbagliato definire Lavitola un faccendiere. Lui è stato davvero un uomo molto potente. Conosceva Putin, diversi presidenti stranieri, Berlusconi faceva quello che lui gli consigliava in moltissime occasioni, è stato l’uomo di fiducia di Craxi...». Varriale riferisce anche un aneddoto personale, di quando era presidente di una compagnia assicurativa: «Mi aiutò contro la camorra delle assicurazioni, facendo venire il direttore del Ministero dello Sviluppo economico in un ufficio in Parlamento e questi si mise a disposizione».

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Poi il discorso torna alle cene gratis e ai regali di Varriale a Lavitola: «Gli ho anche donato la statua di un pizzaiolo che, cinque o sei mesi fa, era ancora dentro al ristorante». E il piano per portare Ranucci a Palazzo Chigi? «Come ho scritto su Facebook, lui mi raccontava di “un progetto con un giornalista importante che comandava la Rai e i magistrati”. In verità io pensavo che parlasse di Roberto Saviano. E lui mi diceva: “No, non hai capito...”.

Poi, grazie a una persona che lavorava nel ristorante, ho compreso che si trattava di Ranucci, che frequentava il ristorante». Varriale, però, lo avrebbe sconsigliato: «Hai pagato un prezzo alla Giustizia, hai lasciato il mondo della politica e per me hai fatto la scelta migliore per te e la tua famiglia...». L’ex oste avrebbe risposto: «Ma adesso i magistrati faranno quello che dico io...».

«Mi riferì anche notizie personali su alcune toghe, dimostrando di essere informato». Su quali magistrati e che cosa sapeva? «Mi riferisco ai vertici. Sapeva che uno stava poco bene, ma che si era ripreso». Dunque il progetto che, ufficialmente, Lavitola riconduce a un sondaggio che avrebbe visto negli Stati uniti lo scorso dicembre, viene retrodatato da Varriale addirittura a giugno 2024.

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LO “SPEZZAPOLLICI”

Ma proprio in quel frangente, tra l’avvocato e il presunto mandante della bomba contro Ranucci, sarebbe successo il patatrac per un piccolo debito. Varriale sostiene di avere prestato a Lavitola, negli anni, molto denaro: «Gli ho fatto prestiti per 20-30 mila euro, che lui garantiva con assegni che mi portava un peruviano... nel 1997 gli ho regalato 50 milioni di lire per l’aiuto che, grazie alle sue conoscenze nel Partito socialista, avevo ricevuto dal presidente di un’importante compagnia assicurativa». Ma un giorno, dopo avere perso il portafogli, mentre era in partenza per Dubrovnik, sarebbe stato Varriale a dover chiedere un piccolo anticipo, in tutto 400-500 euro.

«Nell’occasione, Lavitola tentò un’ultima volta di convincermi ad assisterlo nel suo progetto, ma io l’unico consiglio che gli diedi fu quello di lasciar perdere, visto che ormai si era ripulito e aveva un B&B che andava bene e un locale ben frequentato, da politici, giornalisti e imprenditori...» continua Varriale.

Che, al suo ritorno, ebbe una brutta sorpresa: «Valter cambiò atteggiamento e, dopo due o tre giorni dal mio rientro dalla Croazia, mi disse: “Lucio mi servono urgentemente 400 euro perché mio figlio deve partire e non abbiamo i soldi”. Mi venne da ridere, io avevo un impegno importante. “Valter, la settimana prossima vengo e te li porto in contanti” gli dissi. “No, me li devi dare subito” mi rispose. Chiamò mio figlio, chiamò la mia compagna. Cioè una cosa assurda. Pensai che non stesse bene, che non fosse normale che facesse questo a me che gli avevo prestato tanti soldi, che lo avevo sempre consigliato nei suoi contenziosi civili senza chiedere un euro...». E come è finita? «Dopo tre giorni mi manda il bestione nel mio ufficio al centro direzionale di Napoli».

Il «bestione», per chi non l’avesse capito, è il factotum di Lavitola, Gomes Clesio Tavares, il guardaspalle camerunense esperto di arti marziali su cui pende un mandato di arresto per la bomba contro Ranucci e che secondo la Procura di Napoli si occupava di recupero crediti anche per il clan Russo. Il racconto di Varriale prosegue: «Bussò alla porta con violenza. Ero lì con la mia collaboratrice domestica, la quale aprì... questo entrò, io capii la situazione e dissi: "Nadia, vai a casa perché non servi più qua”. Lui aveva un tono minaccioso e io lo avvisai: “Ora ti faccio una fotografia”. Lui andò nel panico e provò a strapparmi il telefono. Poi controllò che cancellassi l’immagine. Io lo avvertii: “Guarda, ho affrontato la camorra, mi hanno puntato una pistola in fronte, ho fatto condannare dei malavitosi a pene definitive. Quindi non me ne fotte niente, cambia tono con me...”».

A questo punto Varriale chiede: «Che vuoi?». Clesio Tavares riporta l’ambasciata: «Valter ha bisogno di quei soldi...». Allora Varriale si arrende: «Gli dissi: ”Vabbè, Valter è un paraculo perché sa bene che gli ho prestato molto denaro...”. Ma poi gli feci un assegno, mi pare, da 450 euro...».

L’avvocato-teletribuno, forse scottato dall’esperienza, si è fatto un’idea precisa su Clesio Tavares: «Il bestione che adesso è in fuga non è un figlioccio, come lo chiama Lavitola, è proprio un delinquente che Valter ha conosciuto in carcere e che utilizza per minacciare la gente e e atteggiarsi a piccolo boss. E, infatti, è capitato quello che è capitato».

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