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Woodcock assalta la stampa e mette in imbarazzo Gratteri

I vertici della società che controlla l’università Pegaso accusati di corruzione per ottenere buona stampa. Coinvolto il gotha del giornalismo. Il procuratore si astiene per i rapporti con La7
di Tonino Laghi giovedì 8 ottobre 2026

5' di lettura

Henry John Woodcock (ma non solo lui) ha colpito ancora e ha iscritto sul registro degli indagati il gotha dell’editoria e del giornalismo italiano. Con la sua inchiesta, ha messo in difficoltà lo stesso procuratore Nicola Gratteri, costretto ad astenersi per il rapporto personale con La7, rete di proprietà di Urbano Cairo. Ma nel corto-circuito mediatico-giudiziario sono stati iscritti anche manager e giornalisti delle testate online ilfattoquotidiano.it e Fanpage, che hanno sempre raccontato le inchieste di Henry John, ma anche dell’altro pm Vincenzo Piscitelli, con articoli ben informati e di sostegno alle ipotesi accusatorie.

Nel fascicolo emerge pure il nome di Luigi Bisignani (che, però, non sarebbe indagato), controverso lobbista finito nel mirino di Woodcock nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P4 (l’ex giornalista ha patteggiato una pena a 1 anno e 7 mesi). Nel loro caso si può parlare di un vero e proprio derby.

L’inchiesta parte dalle investigazioni sulle presunte attività illecite dei vertici di Multiversity Spa, la società che controlla l’università telematica Pegaso. Il presidente Fabio Domenico Vaccarono, l’ad Francesco Durante e il consigliere di amministrazione Andrea Ferrante sarebbero accusati di corruzione tra privati, reato che sarebbe stato finalizzato a ottenere buona stampa. Ma secondo alcune nostre fonti, nel fascicolo, sarebbero contestate, a vario titolo, anche l’associazione per delinquere, l’istigazione alla corruzione e l’estorsione.

Il nuovo procedimento è stato innescato dagli sviluppi dell'indagine avviata contro l’ateneo per i delitti di falso e corruzione finalizzati a facilitare il superamento degli esami universitari, l'immatricolazione ai corsi post-laurea e il conseguimento di diplomi e titoli abilitativi da parte di oltre 4.000 iscritti.

MANAGER E GIORNALISTI

A partire dal 6 maggio 2026, data delle perquisizioni eseguite nei confronti del vecchio patron Danilo lervolino e dei suoi più stretti collaboratori, i vertici del gruppo Multiversity, temendo che la diffusione della notizia delle indagini potesse arrecare danni d’immagine ed economici alla Pegaso, avrebbero avviato interlocuzioni (soprattutto telefoniche) e, in alcuni casi, di persona, con manager e giornalisti delle principali case editrici italiane. In tali incontri o colloqui avrebbero prospettato un significativo incremento degli investimenti pubblicitari in cambio di un trattamento di favore.

L’accordo prevedeva che in caso di mancato adeguamento della linea editoriale sarebbero stati annullati i finanziamenti promessi. Il primo articolo a creare agitazione sarebbe stato quello di Fanpage, del giugno scorso, sul presunto plagio della tesi di laurea di Maria Rosaria Boccia (uno stralcio del procedimento principale su Pegaso).

A quel punto l’azienda avrebbe avviato l’opera di moral suasion presso le case editrici, a partire da Ciao people (che controlla Fanpage), per cercare di ridurre il più possibile la diffusione della notizia. Secondo l’accusa l’obiettivo sarebbe stato quello di attribuire tutte le responsabilità alla vecchia gestione di lervolino, di far descrivere la Pegaso come parte lesa e di spostare l'attenzione sul «caso Boccia» anziché sul filone principale.

Le interlocuzioni al centro delle indagini hanno interessato, come detto, quasi tutti i più importanti gruppi editoriali italiani e le rispettive concessionarie pubblicitarie. Le testate coinvolte sono La Repubblica e La Stampa (Gedi), Corriere della sera e Corriere del mezzogiorno (Rcs), Il Sole 24 Ore, Messaggero e Mattino (Piemme), Libero (Editoriale Libero), Il Fatto quotidiano (Società editoriale Il Fatto), Domani (Editoriale Domani), Fanpage (Ciao People), Il Foglio (Il Foglio quotidiano società cooperativa), l’agenzia di stampa Italpress, Napoli Today (CityNews). Gli inquirenti, dopo avere registrato tali incontri, hanno iniziato a iscrivere gli interlocutori del gruppo Multiversity per il reato di corruzione tra privati (delitto introdotto con la legge Severino).

Un’ipotesi contestata anche ad alcuni dirigenti di una società di pubbliche relazioni, la Comin & Partners, che avrebbe favorito i contatti con i responsabili delle testate («Abbiamo rispetto della magistratura e siamo certi di poter chiarire la correttezza del nostro operato» hanno fatto sapere i diretti interessati). Qualche buontempone potrebbe ipotizzare che alla Procura di Napoli non abbiano apprezzato la scarsa copertura mediatica assicurata all’inchiesta.

Scherzi a parte, i pm campani potrebbero, però, avere sbagliato la mira. Perlomeno questa è la sensazione che ha avuto ieri chi ha consultato le sentenze della Cassazione in materia. La norma contestata (articolo 2635 del Codice civile) punisce con pene da 1 a 3 anni le persone fisiche che «sollecitano o ricevono, per sé o per altri, denaro o altra utilità non dovuti, o ne accettano la promessa, per compiere o per omettere un atto in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio o degli obblighi di fedeltà».

Nel caso investigato dalla Procura di Napoli l’utilità economica percepita sarebbe tuttavia andata a vantaggio del soggetto giuridico proprietario della testata e non a beneficio delle persone fisiche che ricoprivano la carica di amministratori, direttori generali o dirigenti.

La norma incrimina, infatti, la condotta corruttiva commessa per finalità di profitto individuale e personale e non certo per arrecare benefici economici alla società, seppur illeciti. Nel nostro caso il denaro corrisposto non sarebbe andato alle persone fisiche indagate e, quindi, non si sarebbe verificata quella infedeltà che consente di contestare il reato.

In attesa di capire se non ci troviamo di fronte all’ennesima inchiesta show sono finiti sul registro degli indagati almeno ventidue tra manager e direttori di quotidiani. Della seconda categoria fanno parte Mario Orfeo (ex capo di Repubblica), Andrea Malaguti (ex La Stampa), Cancellato (Fanpage), Claudio Cerasa (Foglio) e Peter Gomez (ilfattoquotidiano.it). Gomez ha commentato: «Dopo aver trascorso una vita professionale a raccontare e denunciare corruzione e malaffare, avrei preferito non vedere il mio nome e quello del Fatto accostati a un’ipotesi di reato di questo genere».

L’ASTENSIONE

Gratteri, a quanto risulta a Libero, si è astenuto dalla trattazione del procedimento per il coinvolgimento nell’inchiesta di società riconducibili al Gruppo Cairo, cui fa capo l'emittente La7, con cui il magistrato ha contatti diretti e dove è spesso ospite. In quei salotti è stato coccolato durante tutta la campagna referendaria sulla Giustizia, di cui il procuratore è stato efficace frontman. La richiesta di astensione è stata approvata dal Procuratore generale. Le funzioni del procuratore, nell'ambito del procedimento, sono state assunte dall’aggiunto Sergio Amato, coadiuvato dal collega della Direzione distrettuale antimafia Sergio Ferrigno. Del pool fa parte anche Francesca Paola Colonna Romano, pm di Nola, applicata alla Dda di Napoli.

Secondo fonti investigative consultate da questo giornale, nei prossimi giorni dovrebbero essere ascoltate diverse persone informate dei fatti. I pm, potrebbero convocare a breve, tra gli altri, il direttore del Fatto Marco Travaglio e la condirettrice Maddalena Oliva, la condirettrice del Corriere della sera Fiorenza Sarzanini, in buoni rapporti con i magistrati napoletani. Tra gli editori dovrebbero essere invitati a farsi una passeggiata in Procura Cairo e il nuovo editore di Repubblica Theodore Kyriakou, presidente di Antenna group, che da alcuni mesi controlla il gruppo Gedi. Sembrerà di tornare un po’ ai tempi di Vallettopoli, quando Woodcock trasformò per alcune settimane Potenza nell’ombelico del mondo.

Il gruppo Multiversity, attraverso Bisignani, avrebbe anche cercato di avvicinare il ministro dell’università Anna Maria Bernini per ottenere modifiche del decreto ministeriale che rende obbligatorio anche per gli studenti delle università telematiche lo svolgimento in presenza degli esami, una disciplina che fa diventare meno appetibili le iscrizioni alle facoltà online. Le avances non avrebbero dato i risultati sperati (la Bernini sarebbe stata definita «una rigida e stronza»), ma la Pegaso ha continuato a effettuare a distanza gli esami. Il ministro è stato sentito a sommarie informazioni lo scorso 2 aprile.

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