Qual è il tempo che una donna ha a disposizione per reagire a una violenza? Sembra di stare in un gioco a premi, quando il concorrente ha trenta secondi per rispondere e, mentre pensa, le lancette dell’orologio corrono.
Due tribunali avevano stabilito che quel tempo fosse troppo, che lei avesse esitato tanto prima di togliersi di dosso le mani dell’uomo. E per due volte lui era stato assolto. La Corte d’Appello di Milano, che ha condannato un ex sindacalista a un anno e due mesi per abusi, ha finalmente fermato le lancette dell’orologio spiegando che l’unità di misura di una violenza non è il cronometro.
I tempi con cui una donna esprime il suo dissenso non si possono calcolare come le risposte di un quiz. Lui le era arrivato alle spalle mentre lei, che faceva la hostess, era entrata nel suo ufficio per una vertenza di lavoro ed era china sui suoi fogli. Si aspettava di essere aiutata, non certo molestata.
Quei secondi raccontano il trauma della donna, non contengono un “sì”. Ma la questione tempo resta aperta: per decidere su trenta secondi i giudici ne hanno impiegati duecentocinquantadue milioni, otto anni. Chi ha esitato?