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Guerra tra toghe per il nuovo Csm: comandano ancora le correnti

di Giacomo Amadori domenica 25 ottobre 2026

11' di lettura

Volete sapere quanto conterà la sinistra nella prossima legislatura? Bene, allora dovete seguire le elezioni del Consiglio superiore della magistratura di oggi e domani. Infatti, se il Campo largo politico andrà alle urne diviso e litigioso come nel 2022, rischia di prendere un’altra scoppola. E a quel punto l’unica opposizione vera che resterebbe al governo sarebbe quella dei magistrati progressisti. Che questa volta, però, potrebbero riprendere il pieno controllo di Palazzo Bachelet dopo la piccola sbandata del 2022.

Il motivo? La campagna referendaria ha ricompattato la corporazione togata e i giudici conservatori hanno scoperto di avere più cose in comune con i colleghi progressisti che con i politici moderati, sulla carta a loro affini dal punto di vista ideologico. A saldare ancora di più toghe culturalmente agli antipodi è stata la battaglia per l’aumento salariale, contestato da Giorgia Meloni e dai media di centro-destra.

Persino un magistrato fuori dalle correnti come Gennaro Varone, per mesi grillo parlante pro riforma, è tornato all’ovile e sui social ha attaccato pesantemente la premier accusata di fare propaganda un tanto al chilo: «Evocando un miserrimo sentimento di invidia sociale [...] ha fatto sapere agli italiani che non pagherà alla mia categoria una dovuta quota di retribuzione» ha scritto il pm su Facebook. Ma ha anche aggiunto che la premier, mentre spende 40 miliardi per le armi, «si preoccupa di non dare 100 milioni di euro di adeguamento stipendiale [...] “per sentimento”». Quindi ha annunciato, come personale rappresaglia, che non parteciperà come relatore a un convegno organizzato da Forza Italia, «nonostante l’intento nobilissimo della manifestazione». Questo il clima in cui si voterà in questi giorni. Tutti contro tutti, ma soprattutto tutti contro Palazzo Chigi.

Ecco allora che nei corridoi dei tribunali si sussurra di accordi trasversali per portare i pezzi da novanta delle correnti nel parlamentino dei giudici. La battaglia politica che qualcuno sogna di rilanciare dall’organo di autogoverno delle toghe necessita di magistrati con le spalle larghe e dalla provata fedeltà alla causa, i comuni interessi corporativi. L’obiettivo è un parlamentino di «esperti» scelti dentro o vicino alle correnti, l’esatto opposto del Csm dei sorteggiati auspicato dal governo con la riforma affossata dai cittadini.

Palazzo Bachelet, come detto, potrebbe diventare la trincea di chi non si riconosce nella maggioranza meloniana. Una ridotta da affidare, in veste di vicepresidente, alla guida di una generalessa di lungo corso come Maria Elena Boschi, che certo sarebbe un ufficiale di collegamento gradito al Capo dello Stato Sergio Mattarella.

Alla vigilia delle elezioni la corrente più in difficoltà pare essere Magistratura indipendente (Mi), che nell’ultimo ciclo non si è dimostrata particolarmente combattiva e spesso ha votato con la sinistra.
Nel suk delle nomine, nonostante la maggioranza relativa di rappresentanti, ha accettato scambi apparentemente sfavorevoli, pur di blindare la promozione in posti di prestigio di alcuni capataz della corrente. Secondo i ben informati, a causa di queste trattative a perdere, potrebbe passare da 7 consiglieri a 5. C’è chi scommette che non eleggerà nessuno dei due pm candidati.

A peggiorare il quadro c’è anche l’eterno ritorno dell’ex segretario di Mi Cosimo Ferri, passato indenne dal cosiddetto scandalo dell’Hotel Champagne, il quale potrebbe sottrarre molti voti alla corrente dei giudici moderati. I giornali progressisti hanno bersagliato l’ex deputato con articoli al limite della diffamazione, ma lui è rimasto in silenzio, preoccupandosi solo di fare una campagna elettorale basata sulle proposte e senza attacchi personali.

LE VOCI DELLE CORRENTI

Al punto da aver trovato sponsor insospettabili, come alcuni magistrati del gruppo Articolo101, quelli che da sempre combattono le correnti. «Ferri? Se può spezzare la logica degli accordi sottobanco tra correnti, cui difficilmente potrà aspirare a partecipare nuovamente, ben venga anche la sua elezione» ci dice uno di loro. Che aggiunge: «Stanno cercando in tutti i modi di sabotare la sua candidatura, insinuando che avrebbe fatto accordi con le correnti più rappresentative.

Ma sono quelle stesse correnti che mettono in giro certe voci perché ne temono l’elezione». E sanno che se rientrerà a Palazzo Bachelet, dall’alto della sua esperienza, potrebbe sparigliare le carte sul tavolo in occasione di certe partite. Insomma una mina vagante che toglie il sonno a molti. Il consigliere della Corte d’appello di Roma, Nicola Saracino, storico animatore di un blog dedicato alla magistratura, lui nemico vero delle correnti, ha lanciato la provocazione: «Forse Ferri è la migliore scelta per gli elettori non farisei.

Per chi rifiuta di recitare la parte di chi “non sapeva”, di chi “non vedeva”, di chi si è accorto delle correnti solo dopo che lo scandalo è esploso sui giornali. Votarlo significa assumersi la responsabilità di dire che la magistratura reale non coincide con la magistratura predicata nei documenti programmatici; che l’autogoverno continua a essere un luogo di potere, non un santuario; che le correnti, lungi dall’essere svanite, restano strutture di organizzazione e di selezione del ceto dirigente. È una scelta cinica? Forse. Ma è anche una scelta di verità, rispetto alle finzioni di chi preferisce mascherare con il lessico dell’“indipendenza” ciò che resta una competizione tra gruppi per occupare le posizioni chiave». Standing ovation.

Non devono pensarla come lui i magistrati, anche questi vicini al gruppo di Articolo101, che hanno fondato il comitato Altraproposta (tra gli ideatori il consigliere del Csm Andrea Mirenda), i quali hanno affidato al caso la scelta dei propri candidati, organizzando un sorteggio «domestico e autogestito», davanti a un notaio, tra 3.000 magistrati in servizio. Quando è uscito il nome di Ferri è stato scartato in quanto in quel momento fuori ruolo (requisito che non consentiva la candidatura). In realtà una delibera del Csm aveva già stabilito il suo rientro in servizio. Ma evidentemente il nome era considerato troppo ingombrante. E così Ferri si è buttato nella mischia da solo.

Il Csm ha 30 membri effettivi: 20 togati e 10 laici. I 20 togati saranno eletti con un sistema misto tra i magistrati di legittimità (2 toghe della Cassazione da scegliere all’interno di un collegio unico nazionale), giudici (13, 8 eletti con il sistema maggioritario in quattro collegi territoriali, e 5 con il proporzionale) e pm (5, 4 eletti con il maggioritario in due collegi nazionali, più un quinto ripescato come miglior terzo).
I fortunati vincitori della riffa elettorale vedranno il proprio già lauto stipendio raddoppiare per 4 anni.

Il risultato è una corsa in cui decine di magistrati sono attivamente coinvolti da mesi, come partecipanti, allenatori, sponsor. Un risiko in cui sta succedendo un po’ di tutto e in cui alcune candidature fanno molto discutere. Così come certe strategie.

Da settimane tutti ne parlano a mezza bocca, ma nessuno ne scrive. Si tratta di un fantomatico accordo pre-elettorale tra le correnti che si apprestano a governare anche il futuro Csm e che vorrebbero in campo i loro campioni più rappresentativi. Area democratica per la giustizia, gruppo progressista, e Mi sarebbero pronte a scambiarsi sottobanco un centinaio di voti per blindare l’elezione del candidato ed ex segretario di Area Eugenio Albamonte e di Salvatore Casciaro, esponente di punta di Mi. In un passaparola ormai inarrestabile in molti assicurano che Area avrebbe promesso a Mi che un centinaio di elettori di sinistra della Puglia voteranno per Casciaro (candidato comunque forte sul territorio) e, come contropartita, altrettante preferenze destinate a Mi verrebbero spostate su Albamonte che corre il concreto rischio di essere sconfitto dalla candidata milanese Roberta Amadeo, pubblico ministero della Procura di Milano, ex esponente della corrente di Piercamillo Davigo Autonomia e indipendenza. A sinistra sarebbero ancora scottati dall’imprevista sconfitta nelle elezioni del 2022 di Mario Palazzi, battuto dall’indipendente di sinistra Roberto Fontana per una sessantina di voti. Per evitare che la storia si ripeta, il forte gruppo romano di Area, guidato dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, e il segretario pugliese della stessa corrente, Giovanni Zaccaro, avrebbero lavorato all’intesa con Mi.

Che, da parte sua, vedrebbe in pericolo l’elezione del proprio candidato di legittimità Casciaro rispetto alla candidata indipendente Luisa De Renzis, molto stimata dai colleghi, ma anche della candidata di Unità per la Costituzione Elisabetta Ceniccola che risulta compattamente appoggiata dalla propria corrente.

A rendere più semplice la trattativa sarebbe stato il fatto che Casciaro è stato, all’Anm, segretario del presidente progressista Giuseppe Santalucia. In questo momento ci sono anche altre candidature che fanno discutere. Per esempio quattro aspiranti membri del Csm (il solito Ferri, Maria Ilaria Romano, Giulio Corsini e Tiziana Balduini, già consigliera del Csm da aprile 2021 a ottobre 2022) fanno parte del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria e non avrebbero formalmente dichiarato l’intenzione di dimettersi in caso di elezione.

LO SPOT DELLA DISCORDIA

Come se non bastasse una così nutrita rappresentanza anche la presidente del Cpgt Carolina Lussana ha presentato domanda per essere inserita nell’elenco dei candidati del Parlamento per i dieci posti destinati ai laici. Dalle liste emergono altre storie e curiosità.

Gaetano Bono, in lizza per Mi come pm nel Collegio 2, ha scritto nel giro di due anni altrettanti libri sulla separazione delle carriere, uno a favore («Meglio separate») e uno contro la Riforma Nordio.
Giuliano Caputo di Unicost è stato, come Casciaro, segretario dell’Anm. C’è poi il caso della candidata progressista di Area Ilaria Casu.

Nel suo spot elettorale (in cui viene promesso un Csm «distante da logiche produttivistiche»: significa che chi la sceglie lavorerà di meno?) fanno dichiarazione di voto a suo favore quasi una ventina di colleghi. Ma il giudice Carmen Giuffrida, non ha gradito e sul social ha scritto: «Nello spot sono coinvolti colleghi anziani tra i quali anche presidenti di sezione. Significa che si tratta di magistrati che redigono pareri di professionalità sui colleghi. Avete idea del potere di condizionamento che possono esercitare?». Quindi ha aggiunto: «La collega candidata della quale si parla ha, grazie alla corrente per cui si presenta, un potere talmente forte da averle consentito di ottenere la modifica di un costante orientamento del Csm in base al quale lei non avrebbe potuto candidarsi. Altri in passato avevano tentato questa impresa titanica, ma invano. Lei, rectius, la sua corrente c’è riuscita». Secondo la Giuffrida alla Casu sarebbe stata accelerata la procedura di terza valutazione, la minima per essere candidata.
Ma nella corsa per entrare a Palazzo Bachelet ritornano d’attualità le chat di Luca Palamara.

Ai più attenti le riportano alla mente due candidate di Unicost, Rosalia Affinito tra i pubblici ministeri e Alessandra Salvadori tra i giudici. Entrambe sono molto attive nella campagna elettorale ed entrambe compaiono in vicende collegate a quelle che l’attuale procuratore generale della Cassazione Piero Gaeta, durante l’udienza disciplinare a carico di Palamara dell’8 ottobre 2020, definì «famigerate chat».
In quelle conversazioni è finito il marito della Affinito, un generale dei carabinieri che chiedeva udienza all’ex presidente dell’Anm. Non si conosce, sulla base dei soli messaggi, il contenuto dell’incontro fissato al Csm. Ma proprio la Affinito, in una richiesta di archiviazione a sua firma, descrisse quello di Palamara come un mondo di relazioni «variegato e vorticoso».

In quelle stesse chat ci sono i ringraziamenti della Salvadori per la nomina a procuratore di Cuneo del coniuge Onelio Dodero. Il 7 giugno 2018 Palamara annunciava: «A breve vo tiamo Cuneo... tutto ok!!!». La risposta di Salvadori era inequivoca: «Grazie Luca! Davvero una bella notizia finalmente.
??[...] Mi sembra ottimo. Luca caro, ancora grazie di tutto».

Anche in questo caso, alle parole pronunciate da Gaeta l’8 ottobre 2020, non ci furono conseguenze per Salvadori, né per Dodero, che continua a dirigere la Procura di Cuneo. Oggi la moglie è candidata al Csm (dove potrà occuparsi di nomine in prima persona, senza dover disturbare il Palamara di turno), mentre il marito si è schierato con decisione contro la separazione delle carriere.

In un’intervista pubblicata sulla Stampa il 18 gennaio 2026, Dodero aveva usato toni apocalittici, paragonando la scelta referendaria a quella tra Cristo e Barabba, identificato, quest’ultimo, con il Sì alla riforma. Aveva vaticinato lo sgretolamento della democrazia e la sottoposizione del pubblico ministero al potere esecutivo. Il vecchio sistema, in fondo, ha garantito a lui e signora una carriera con i fiocchi.
A proposito di questioni di famiglia, merita una citazione la candidatura, nella categoria dei giudici, di Chiara Gallo, moglie di Casci ni, storico esponente della sinistra giudiziaria, componente del Csm nella consiliatura 2018-2022 e oggi procuratore aggiunto presso la Procura di Roma.

È difficile ricordare un altro caso in cui la stessa corrente abbia candidato prima un coniuge e, a distanza di una sola consiliatura, l’altro. Una sorta di continuità familiare dell’autogoverno. Nella prassi papale si sarebbe parlato di nepotismo, mentre, nel lessico correntizio, si preferirà definire la scelta come una tipica valorizzazione delle competenze. Anche Cascini compare nelle «famigerate chat».

L’Associazione nazionale magistrati lo sanzionò per avere chiesto a Palamara, il 18 ottobre 2018, un biglietto omaggio per il figlio in occasione della partita di Champions League Roma-Cska Mosca. Un episodio certamente minore rispetto alle nomine giudiziarie, ma significativo del clima: relazioni, cortesie, favori, appartenenze. Quel sistema informale che diventa scandaloso quando riguarda gli altri e semplice consuetudine quando coinvolge chi, nel frattempo, si presenta come custode dell’indipendenza della magistratura.

SORTEGGIO

Insomma la conservazione dello status quo è garantita da scambi di voti e reti di relazione: le correnti scelgono i candidati, mobilitano i territori, stringono accordi trasversali e, quando occorre, assicurano persino una rassicurante continuità familiare. La moglie di Cascini prova a seguire il percorso del marito. I coniugi delle candidate di Unicost sono finiti, probabilmente entrambi per motivi di carriera, nelle chat di Palamara. Area e Mi, secondo le notizie che circolano, sarebbero pronte a scambiarsi voti per mettere al sicuro i propri candidati.

Il sorteggio, auspicato dal governo, avrà certamente molti difetti, ma solo uno di questi è imperdonabile agli occhi delle correnti: potrebbe mandare al Csm qualcuno che non avevano previsto. Nonostante questo sia il quadro, l’appartenenza classica, quella militante e dichiarata a un gruppo sembra aver perso appeal tra i magistrati e sono molte le candidature che si richiamano all’indipendenza. Ma attenzione che questa non è sinonimo di estraneità al sistema delle correnti di cui volenti o nolenti sono un po’ tutti figli.

Come negare che sia oggi indipendente la candidatura di Ferri in aperta contrapposizione alla sua storica corrente di appartenenza? Lo stesso discorso vale per la De Renzis che, sebbene molto stimata e di riconosciuto spessore, ha fatto parte del lottizzato comitato direttivo della Scuola superiore della magistratura. Altri esempi di questa indipendenza in modica quantità li ritroviamo nel Campo largo giudiziario, dove Fontana, storico esponente di Md, si avvia a capitalizzare un’oculatissima gestione del mandato, candidando un gruppo di colleghi, dichiaratamente indipendenti, ma che per età ed esperienze pregresse hanno comunque fatto parte del sistema con diverse forme e gradi di partecipazione.

«Devo ammettere, però, che i candidati più autorevoli e forti sembrano proprio quelli di Fontana» confessa a malincuore un componente laico di centro-destra. Un’affermazione che conferma quanto nello schieramento moderato ci sia aria di smobilitazione, come se la sconfitta fosse quasi considerata ineluttabile. Di fronte alla nuova tendenza, c’è chi è molto ottimista: «La proliferazione delle candidature indipendenti è di per sé espressione del disagio maturato nella categoria nei confronti del correntismo, a dispetto dell’esito referendario, sconfessandolo platealmente» dichiara Natalia Ceccarelli di Articolo101.

«Personalmente mi auguro che la frammentazione del voto metta in crisi il meccanismo degli accordi siglati per blocchi di appartenenza e dia risalto alle individualità». Ma anche in questa competizione gli indipendenti più autentici, come quelli selezionati con il sorteggio, non sembrano avere grandi chance. Il loro tempo, probabilmente, non è ancora arrivato.

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