Mentre scriviamo non sappiamo come finisce il sabato delle manifestazioni a sorpresa. Ma sappiamo un’altra cosa interessante: che in piazza, a Milano come in altre città, scendono anche i volontari (avvocati e psicologi) appartenenti ad una rete nazionale di «protezione dello spazio civico e delle libertà fondamentali».
Il loro compito? Quello di fornire assistenza legale e psicologica (!) ai manifestanti, soprattutto ai minorenni, monitorare in diretta possibili violazioni commesse dalle forze dell’ordine, e, insomma, «mettersi a disposizione di persone, attivisti e organizzazioni in situazione di particolare vulnerabilità». Una sorta di forza di mediazione, di interposizione pacifica tra manifestanti e poliziotti (e militari). Non è bellissimo? Sono i «buoni» che vengono in piazza a spiegare, ai poliziotti «cattivi» e a noi tutti, che il «disagio giovanile» non si reprime, va invece protetto e aiutato a esprimersi. È la sublimazione della sociologia buonista, applicata direttamente alla prassi della lotta di piazza.
Ora, fornire assistenza legale gratuita a chi, dopo la manifestazione, venga fermato in conseguenza dei suoi comportamenti, è ovviamente cosa nobilissima. Il diritto di difesa è garantito dalla Costituzione.
Ma questa idea di fornire supporto psicologico, durante la manifestazione, a chi decide di scendere in piazza, bisognerebbe proprio spiegarla meglio. Se il manifestante (minorenne o meno non importa) manifesta pacificamente, di che ha bisogno? Non par proprio che in Italia questo diritto sia precluso. Se invece lo fa con violenza, spaccando vetrine o tirando pietre ai poliziotti, che ruolo mai avrebbero i volontari? Forse quello di rincorrere il giovanotto di turno, tirarlo per la felpa e dirgli: «Dai, prima di devastare, fermati che ti spiego io le ragioni del tuo disagio»?
L’ironia è facile. Viene alla mente una vignetta di Osho, con un maranza che lancia pietre sugli agenti gridando: «Vogliamo più ore di educazione affettiva, m...de!». Però l’ironia non basta. In tutta questa storia c’è di più. Ed è un qualcosa di sottilmente velenoso: c’è il preconcetto che poliziotti (e militari) siano ingiustamente violenti, e che sia quindi necessario interporre una sorta di scudo tra manifestanti e forze dell’ordine, a protezione dei primi (soprattutto se minorenni). È, come è noto, un’idea diffusa tra i progressisti “buoni” di casa nostra, ma alligna anche all’estero. Su un blog tedesco per giuristi, scritto in lingua inglese, viene in questi giorni ospitata la testimonianza di una professoressa franco-tedesca sugli scontri parigini. Non una parola sulle devastazioni, ma solo un elenco di soprusi della polizia, in un pezzo che si intitola La violenza della polizia è profondamente radicata in Francia.
C’è da credere che questa rete di volontari condivida la stessa idea e la applichi all’Italia. E, alla fine, il suo scopo, più che psicologico, è politico: condannare la forza repressiva della polizia, tanto più se diretta da un Governo di destra.
Beninteso, la nostra Costituzione dice che deve essere punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà, fermate o arrestate che siano. Se l’autorità dello Stato ci priva della nostra libertà e si impadronisce del nostro corpo, deve trattarci correttamente. Ma le immagini e le testimonianze dello scorso 17 ottobre cosa ci hanno comunicato? Non certo violenze gratuite sui manifestanti, semmai la tracotante violenza di giovanissimi, sfogata su una città inerme e sbigottita. Rimane impresso il sorriso cattivo di alcuni maranza intenti a devastare. Quel sorriso è ciò che ci turba. E ad aver bisogno di aiuto siamo tutti noi. Altro che supporto psicologico al disagio giovanile...