Sulla polemica per l’arresto non convalidato dal gip dell’attivista islamico Youssef Siher occorre fare un po’ di ordine. A chiedere alla polizia di condurre in carcere Siher non è stata Giorgia Meloni, bensì una pm della Procura di Milano, Francesca Crupi. L’ordinanza, a volere rafforzare la convinzione della sua necessità, è firmata anche dal procuratore capo Marcello Viola, uno dei magistrati più esperti e autorevoli d’Italia e pure notoriamente avverso ad avventure mediatiche.
Un terzo magistrato, la gip Tiziana Landoni, ha deciso che l’arresto non era necessario e disposto la scarcerazione di Siher. Le tre toghe hanno lo stesso percorso di studi, hanno superato lo stesso concorso, sono tra di loro interscambiabili (la separazione delle carriere è stata bocciata col referendum) eppure giungono a conclusioni diametralmente opposte, prova che l’interpretazione della legge è come un elastico che si può tirare da una parte e dall’altra in base alle proprie convinzioni, spesso in base a una visione politica dei fatti. Se prendiamo per oro colato la decisione della gip dobbiamo però ammettere che la procura di Milano è in mano a un incompetente, viceversa - se avesse ragione Viola - che gli incompetenti si aggirano in tribunale.
È un rebus difficilmente risolvibile, ma il solo fatto che esiste autorizza anche noi opinione pubblica e pure il mondo politico a dividersi e giudicare chi in un senso chi in un altro. La Costituzione non vieta il diritto di critica alle decisioni della magistratura a nessuno, neppure al presidente del Consiglio che nel caso di Giorgia Meloni è a sua volta oggetto di critica e pure scherno da parte di non pochi magistrati. Chi in queste ore sta sollevando un polverone sulle dichiarazioni della premier («È una sentenza vergognosa») in realtà vuole coprire lo scontro tra le toghe milanesi, che a occhio è tutt’altro che risolto.