Eravamo stati facili profeti: il Csm sembra svoltare a sinistra, dopo la battaglia referendaria contro la riforma del governo e le polemiche con Palazzo Chigi per il contestato aumento degli stipendi delle toghe. Le elezioni di domenica e lunedì raccontano che i magistrati hanno partecipato al voto con numeri bulgari: il 90 per cento ha espresso le proprie preferenze. In certi tribunali hanno votato praticamente tutti gli aventi diritto (il 100 per cento a Isernia, il 98,5 a Lecce, circa il 97,5 a Parma e Messina, intorno al 97% a Bergamo e Rimini, 96,5 a Ravenna). E non è come per il voto dei comuni cittadini, che hanno il seggio sotto casa. No, i giudici hanno dovuto raggiungere il luogo di lavoro, che a volte dista molte decine di chilometri dalle abitazioni.
Oggi verranno scrutinati i 13 giudici destinati a occupare uno scranno dentro al Csm. Ma intanto sono stati assegnati i primi sette posti: 2 esponenti della Cassazione e 5 pm. Partiamo dal Palazzaccio. Qui hanno vinto il sostituto procuratore generale Giovanni Nardecchia (di Autogoverno diffuso, lista collegata a Magistratura democratica) e la consigliera Egle Pilla (di Area democratici per la giustizia), rispettivamente con 1759 e 1704 preferenze. Il primo è un esponente di quella nouvelle vague di indipendenti di sinistra inaugurata da Roberto Fontana nella scorsa consiliatura e che oggi è diventata un brand vincente che sta facendo molti proseliti tra i progressisti e soprattutto ha permesso alla sinistra di assorbire gli indipendenti, evitando sanguinose fratture.
Gli indipendenti di destra, invece, non hanno trovato accordi con le vecchie correnti di appartenenza, togliendo voti all’area conservatrice. Per esempio, l’ex esponente di Unicost, in passato apprezzata anche dal ministro dem Andrea Orlando, Luisa De Renzis, nonostante si fosse avvicinata alla corrente conservatrice di Magistratura indipendente, ha corso da sola e ha racimolato 996 preferenze. Voti che hanno sbarrato la porta di Palazzo Bachelet al candidato ufficiale di Mi, Salvatore Casciaro, sconfitto per soli 6 voti (1704). Per lui si era parlato di un accordo sottobanco con la sinistra per traghettare un centinaio di voti progressisti sul suo nome di apprezzato e mai conflittuale ex segretario dell’Associazione nazionale magistrati in cambio di un appoggio di pari peso al pm progressista Eugenio Albamonte (che, invece, ce l’ha fatta). Non sappiamo se i «compagni» non abbiano rispettato i patti o se questi fossero solo un’invenzione delle malelingue, fatto sta che Casciaro non andrà al Csm. Loredana Micciché, ex presidente di Mi ed ex consigliera del Csm, ha commentato questa sconfitta con asprezza.
Per lei «la spaccatura (a destra, ndr) si è rivelata decisiva» e lascerà strascichi: «Le conseguenze saranno assai tristi per quel polo della magistratura non ideologizzata che con entusiasmo mi ero impegnata a costruire nel periodo del mio impegno associativo. Sicuramente non tutte le scelte sono state indovinate, ma la scelta dissenziente che ha polarizzato i voti su altra candidata (non nominata, ndr) porterà a conseguenze assai più pesanti del mero dissidio interno. Perché riguarderanno tutti noi, più moderati o meno moderati, più o meno a destra o al centro, ma comunque fedeli a una visione di magistrato che, nel prossimo Csm, vedremo forse pian piano scomparire». La chiusura si commenta da sé: «Saluti amari, e un abbraccio al valoroso Salvatore che non meritava questo».
MILLE VOTI PERSI
Ma proprio la Micciché rappresenta in un certo senso lo scollamento tra la base e la rappresentanza della «maggioranza silenziosa» della magistratura. La Micciché, nel 2026, è stata nominata dal Csm presidente della Corte d’appello di Firenze ed è stata scelta all’unanimità. Un’unanimità che non cancella il malessere di quei magistrati che guardano a queste nomine senza comprenderne fino in fondo i meccanismi e si chiedono quali percorsi, relazioni e valutazioni consentano di raggiungere incarichi di tale rilievo.
Ma adesso la colpa della mancata elezione di Casciaro viene scaricata sulle spalle della De Renzis. La toga è accusata di aver spaccato il fronte conservatore. È indubbio che quei quasi mille voti andati perduti rappresentano una fetta di elettorato che, pur senza una struttura correntizia, si colloca culturalmente nell’area moderata e cerca una propria rappresentanza.
Questa componente, però, non si è riconosciuta nelle candidature di Magistratura Indipendente e di Unità per la Costituzione. La ragione, con ogni probabilità, è politica.
Una parte dei magistrati può aver giudicato la linea di questi gruppi troppo contigua a quella dell’area progressista, sia in occasione del referendum alle decisioni che all’interno dell’Associazione nazionale magistrati. Anche la leadership del sindacato delle toghe, con il presidente Giuseppe Tango o con il suo predecessore Cesare Parodi, è apparsa a molti osservatori subalterna a una cultura politica di sinistra.
Uno sfaldamento che, probabilmente, oggi potrebbe essere confermato, in maniera ancora più plastica, quando si completerà lo spoglio dei giudici e si capirà quanto valga l’ex segretario di Mi Cosimo Ferri, costretto a correre da solo contro la sua vecchia corrente. Il coinvolgimento (senza ricadute giudiziarie e disciplinari) nel cosiddetto scandalo Palamara ha convinto i magistrati moderati a scaricare, in modo un po’ ipocrita, il loro vecchio leader con il risultato che stiamo raccontando. Ex pezzi da 90 dell’area moderata sono stati trattati alla stregua di traditori perché si sono schierati a favore della riforma del governo (vedi Bernadette Nicotra e Antonello Racanelli) e uno storico iscritto, Vincenzo Paolo De Palma, è stato espulso per essersi candidato in una lista apparentata con Ferri. Insomma, un clima difficile.
Situazione non meno complicata per i conservatori nella corsa dei pm, dove Mi ha conquistato solo 1 dei 5 posti: è stato eletto con 941 voti nel collegio del Nord Stefano Buccini, sostituto procuratore di Venezia, che in passato ha lavorato all’inchiesta sul Mose sotto la guida dell’attuale ministro Carlo Nordio. Dietro di lui Albamonte (926 preferenze), ex segretario di Area e attuale sostituto procuratore alla Direzione nazionale antimafia. Nel collegio Sud ce l’hanno fatta, con 900 voti, Gianluca De Leo, anche lui di Area (ha svolto l’uditorato a Roma e poi ha trascorso tutta la carriera a Palermo) e, con 972 preferenze, Gaetano Caputo, pm campano, centrista di Unicost, corrente che pende, però, a sinistra dal 2019, quando venne travolta dalle vicissitudini del vecchio leader Luca Palamara. È stata ripescata come migliore terza (902 voti) la pm milanese Roberta Amadeo, anche lei del gruppo Autogoverno diffuso. È rimasto al palo, nonostante i suoi 865 elettori, il candidato di Mi Gaetano Bono. Alla fine di questa tornata elettorale il dato che pare sicuro è che le correnti di centro-sinistra, in queste ore, stiano surclassando (55 per cento a 20 in Cassazione) quella moderata di Mi, che rispetto alla scorsa consiliatura ha già perso un pm e un magistrato del Palazzaccio. E oggi tocca ai giudici.