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Ricorso in Cassazione? Per i pm non sarà facile

di Ignazio Stagno domenica 27 luglio 2014

3' di lettura

Si ha fretta di sapere cosa succederà. Se la Procura di Milano impugnerà (cosa non improbabile dato che i gradi di giudizio sono tre) e quante possibilità esistono perché la doppia e piena assoluzione di Silvio Berlusconi nel caso Ruby, venga confermata. In modo definitivo. Ma all’indomani del verdetto pronunciato giovedì dalla seconda sezione penale della corte d’Appello, la sola cosa che si può dire è che a Milano c’è stato il ribaltamento totale di un verdetto di condanna a 7 anni per concussione per costrizione e per prostituzione minorile; nonostante gli elementi e i fatti portati in secondo grado siano gli stessi entrati nell’aula del primo grado. Non una nuova carta, nessun testimone dell’ultima ora. E ancora: mancanza della prova che l’ex Cavaliere abbia fatto sesso con Ruby pur sapendo che era minorenne e che egli stesso abbia costretto il funzionario di polizia (senza lasciargli alternativa) a fare uscire la ragazza dalla Questura, dopo il fermo per furto. Scenario dunque identico a quello del primo grado, eccetto il responso dei giudici d’Appello, che cancella in toto i reati. Gravi e infamanti per un capo di governo, quale era Silvio Berlusconi quando essi gli sono stati contestati. Si ha fretta di sapere, quindi. Ma in questo momento è possibile soltanto fare ipotesi. Perché la corte presieduta da Enrico Tranfa, si è presa 90 giorni per motivare la sua decisione. E su queste motivazioni ci si giocherà tutto. Anche se la difesa non nasconde un certo ottimismo. A ragione. «Impossibile conoscere i percorsi, le ricostruzioni e norme e interpretazioni giuridiche che hanno permesso alla corte di arrivare alla decisione di assolvere Berlusconi», dice il difensore - professore Franco Coppi, «certo è che non si può non tenere conto della sentenza 12228/2014 delle Sezioni unite della Cassazione. Un indirizzo chiaro e perentorio», spega bene Coppi, «che stabilisce ci sia “abuso concussivo” laddove la vittima è costretta dal concussore in un bivio. Cioè quando essa stessa è posta di fronte all’alternativa secca di subire (mediante minaccia o violenza) il male o evitarlo con il comportamento imposto dal concussore . E questo non è il nostro caso». Il capo di Gabinetto della Questura di Milano ha infatti sempre dichiarato di non avere subito minaccia né costrizione alcune nella telefonata fatta da Berlusconi, che chiedeva informazioni su Ruby arrestata. Potrebbe allora, una eventuale corte di Cassazione, riqualificare il reato e trasformarlo da “concussione per costrizione” in “concussione per induzione”? Dato che per farlo è richiesto che il concusso tragga un vantaggio? «Niente affatto», risponde il professore, «questo punto è già superato dalla sentenza del primo grado, che ha stabilito come il capo di Gabinetto non abbia ricevuto alcun vantaggio dopo la telefonata dell’allora premier». Gli ostacoli che la Procura dovrebbe superare davanti a una eventuale corte Suprema, non sono pochi dunque. «Scomodare un giudice penale sarebbe eccessivo», aggiunge il professore Filippo Dinacci co-difensore dell’ex capo del governo, «noi ci affidiamo alla giustizia, ma portare una vicenda privata com’è il caso Ruby anche davanti a una Cassazione, sarebbe a questo punto eccessivo. La sentenza d’Appello è corretta e fondata, non c’è nulla da aggiungere. Anzi», insite Dinacci, «in questo processo le intercettazioni (una mole enorme e dai costi elevatissimi), erano tecnicamente illegittime. Non potevano essere disposte per il reato di prostituzione minorile e anche la tempistica non ha rispettato le norme. Se nelle motivazioni della sentenza dovesse essere accolta questa tesi, potrebbe esserci un effetto deflagrante in molti processi penali in corso». La procura di Milano, in questo periodo è lacerata e indebolita da conflitti interni e liti fra magistrati. Questo ha influenzato il verdetto? Insomma la procura ha perso potere, il giudice è diventato più autonomo e così ha assolto Berlusconi? «Mi piace e voglio pensare», risponde Dinacci, «che la corte d’Appello non abbia subito alcuna influenza esterna. Penso che il collegio abbia agito in totale autonomia e sulla base degli atti. Atti che sono stati attentamente considerati e studiati. Senza condizionamenti. Arrivando a conludere che gli elementi portati in aula, come noi abbiamo sempre sostenuto, non avevano alcuna rilevanza penale». di Cristina Lodi

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