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Farefuturo: l'Italia abbandoni

questo bipolarismo al viagra
di Silvia Tironi sabato 17 ottobre 2009

2' di lettura

 Basta con il bipolarismo “al viagra” che non funziona più e non riesce a costruire l’Italia del futuro. La riflessione arriva da Ffwebmagazine, il periodico on line della fondazione Farefuturo presieduta da Gianfranco Fini, con un corsivo del direttore Filippo Rossi. Si deve "cominciare a immagazzinare i mattoni di un'Italia futura che non continui inesorabilmente a dividersi in un bipolarismo al viagra: drogato, dopato, perennemente eccitato. Mattoni che non serviranno a costruire mura. Mattoni che serviranno a costruire i ponti necessari a ricominciare, gradualmente, a parlare, a comunicare, a capirsi. A vivere senza seguire il ritmo perverso dell'odio". Questi alcuni passaggi della riflessione che farà sicuramente discutere, oltre che per i messaggi lanciati, anche e soprattutto perché arriva da ambienti vicini al presidente della Camera che negli ultimi tempi, soprattutto sulla vicenda del lodo Alfano, non ha mancato di sottolineare la propria divergenza con il premier Silvio Berlusconi. "Gusto dell'eresia" - "Urla per il silenzio, ecco cosa servirebbe – scrive Rossi – Ed è da questa contraddizione, da questa schizofrenia, che non si riesce proprio a uscire. Perche' se urli fai immediatamente parte di un teatrino, ti butti nella mischia, diventi tifoso, parte in causa, e se non urli nessuno ti ascolta, rimani ai margini, come se quella tua sensibilità diversa non esistesse, fosse bandita dalla società, dalla comunità politica. Reietti, ecco come si rischia di sentirsi, a rimanere in un silenzio scelto per senso di responsabilità istituzionale, per convinzione politica, per perplessità culturale. Impotenti". Poi la conclusione: “L'unica cosa che si può fare è quella che stiamo già facendo. Sorseggiare a piccoli sorsi il pensiero traverso, il gusto dell'eresia, l'ignominia della libertà intellettuale. Mettersi da parte, non andare allo stadio, non sottostare allo slogan. Non innalzare gli stendardi di una guerra che non capiamo".

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