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Il Colle bacchetta il Nord:

"monco" senza il Sud
di Silvia Tironi sabato 3 ottobre 2009

2' di lettura

Venerdì lo stop implicito al Ponte di Messina («serve sicurezza più che opere faraoniche», ha chiosato riferendosi al disastro dell’alluvione di Messina). Sabato mattina, concludendo la sua visita in Basilicata, da Rionero in Vulture il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha richiamato il Paese ad essere più unito e respingere le «bestemmie separatiste». Citando il meridionalista lucano Giustino Fortunato, Napolitano, nel suo discorso sulla questione meridionale ha parlato delle tendenze disgregatrici dell'Unità d'Italia bollandole come «bestemmie separatiste». «In quell'Europa nella quale, alla metà dell'Ottocento, tra le maggiori nazioni solo quella italiana e quella germanica non erano ancora riuscite a prender corpo in Stati nazionali, non avrebbe potuto assumere un ruolo effettivo un'Italia che fosse rimasta monca, che non avesse, soprattutto, abbracciato il Mezzogiorno nel nuovo Stato unitario – ha detto il Capo dello Stato nel suo excursus storico – È  questo un dato storico, il cui valore attuale non può oggi sfuggire, e che va ribadito di fronte a certe fantasticherie che si stanno sentendo in polemica con l'esigenza di una forte, in equivoca celebrazione e riaffermazione dell'unità e indivisibilità dell'Italia». Secondo Napolitano, inoltre, proprio Fortunato fu «sempre vigile nel cogliere, con ansia ed allarme, il pericolo mortale rappresentato per l'Italia, anche decenni dopo l'unificazione, dall'emergere di tendenze particolaristiche e disgregatrici». «Questione meridionale è questione italiana» - «Il maggiore dei nostri doveri, oggi, e con ancor maggior forza, è affrontare la questione meridionale come questione italiana», ha spiegato il Capo dello Stato, «le celebrazioni del 150° dell'Unità  devono assumere come impegno centrale quello di promuovere una rinnovata consapevolezza di quel dovere, oscuratasi da troppi anni per effetto dello spegnersi del dibattito culturale e politico meridionalista e dell'esaurirsi di una strategia nazionale per il Mezzogiorno. Ma anche per effetto, non possiamo sottacerlo, del diffondersi nell'opinione pubblica settentrionale di un'illusione di sviluppo autosufficiente, destinato a dispiegarsi pienamente una volta liberatosi dal peso frenante del Mezzogiorno. Sono convinto che si possa ben rendere invece comprensibile e convincente l'esigenza comune di un rilancio delle potenzialità dello sviluppo meridionale come condizione imprescindibile per una rinnovata crescita dell'economia italiana, ben più sostenuta di quella dell'ultimo decennio»

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