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Scrive a Riina: mia figlia

laureata nonostante il tritolo
di Michelangelo Bonessa sabato 18 luglio 2009

2' di lettura

 Ha scritto al capo dei capi della mafia, Salvatore Riina, per informarlo che la figlia Francesca si è laureata. “Una rivincita su quei 300 chili di tritolo usato sulla pelle di innocenti per nascondere ancora una volta le miserie di chi ha dato alla mafia la possibilità di andare in Parlamento”. Autrice della lettera è Giovanna Maggiani Chelli, portavoce dell’associazione dei familiari delle vittime della strage mafiosa di via dei Georgofili avvenuta a a Firenze, il 27 maggio 1993: sua figlia Francesca, che all’epoca aveva 22 anni, fu tra i feriti dell’attentato, il fidanzato della giovane Dario Capolicchio, di Sarzana, fu tra le cinque vittime. Francesca Chelli, spezzina, oggi si è laureata in architettura a Firenze con 110 e lode. All’epoca dell’attentato abitava in via dei Georgofili con Dario. Da allora non è più stata la stessa. “I suoi uomini - scrive la madre a Riina - le hanno rovinato la vita”, ma aggiunge: “Il suo tritolo, il vostro tritolo e di quanti con voi lo hanno fortemente voluto per salvarsi dalla galera, ha spezzato mia figlia ma non l’ha piegata. Pur tra mille difficoltà e uno Stato spesso disattento, mia figlia ce l’ha fatta a raggiungere l’obiettivo che si era prefissata”. Nella lettera Giovanna Maggiani Chelli ricorda di aver già scritto al superboss per chiedere un suo pentimento ma “Lei ritiene di non essere “un infame”, lei una coscienza non ce l’ha. Ma se può consolarla, tra i politici, nelle istituzioni, fra i dirigenti di aziende e finanziarie importanti, fra i direttori di banca come fra gli alti prelati sono in tanti a non avere una coscienza...come lei”. Poi Giovanna Maggiani Chelli conclude la sua missiva così: “Dica a sua figlia di trovarlo lei il coraggio di raccontare tutto quello che sa, di dirci con chi il padre andava a braccetto e anche sua figlia ce l’avrà fatta, alla faccia di chi, ogni giorno, dice fra sé e sé “tanto i Riina non parlano perche´ sono mafiosi con la coppola e loro non tradiscono, noi invece con i colletti bianchi li sappiamo tradire eccome”. I politici ci hanno traditi, diceva Leoluca Bagarella in aula a Firenze durante i processi per le stragi del 1993. Io c’ero”.

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