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Il selfie davanti all'incidente col morto: la foto che fa esplodere il caso

Giordano Tedoldi

 Il selfie è, di per sé, un genere fotografico alquanto irritante, e ogni tentativo di nobilitarlo richiamando la lunga e nobile arte dell’autoritratto non può che risultare ipocrita. La verità è che da quando esistono dispositivi con i quali possiamo ritrarci e pubblicarci sui social in ogni luogo e in qualunque circostanza, la vanità e l’esibizionismo si sono letteralmente impossessati delle nostre anime. Ma nella mattina di giovedì scorso, a Piacenza, è successo qualcosa che dimostra come neanche il più esperto degli esorcisti potrebbe liberarci dalla maledizione del selfie. Intorno alle undici di mattina, in via Colombo, c’è stato un incidente mortale che ha visto coinvolte una macchina e una bicicletta. La donna che era al volante della sua Peugeot, Daniela Guerra di 73 anni, morirà nella corsa in ambulanza verso l’ospedale.

A terra, incosciente, giace la 34enne ciclista investita. Subito dopo il terribile scontro arrivano i soccorsi: polizia, personale medico, e anche qualche curioso, ed è in questo momento che Stefano Pancini, cronista de “Il Piacenza”, scatta una foto che si merita l’abusato termine di emblematica. Un’immagine che, per ciò che contiene, provoca insieme dolore e raccapriccio. Si vede la via assolata occupata dall’ambulanza e da un altro mezzo (probabilmente della polizia locale) e tre soccorritori che, accovacciati, prestano le prime cure alla ciclista travolta. Si vedono anche sia la bicicletta appoggiata a un palo della segnaletica che, sullo sfondo, l’automobile. Di spalle, c’è un uomo vestito in jeans e maglietta scura, le mani incrociate dietro la schiena: sta guardando le operazioni di soccorso. Alle spalle di quest’uomo c’è un altro uomo, il cui volto è stato oscurato, che indossa un giaccone nero, quelli che sembrano pantaloni di una tuta grigia, e ha il braccio destro alzato, e nella mano di questo braccio un telefonino debitamente inclinato per beneficiare di un’ottima in quadratura. Si sta scattando un selfie, con alle spalle la scena che abbiamo descritta dove i suoi followers (nel caso lo abbia pubblicato sui social) potranno vedere le conseguenze di uno spaventoso incidente stradale. Non sappiamo, nell’eventualità della pubblicazione, con quale messaggio abbia accompagnato il selfie. “Ore 11, via Colombo, terri bile incidente, donna investita a terra priva di sensi, l’altra donna che guidava la macchina è stata portata via con l’ambulanza”? For se un’indecenza del genere, che fa venire la nausea anche solo a ipotizzarla? Allora meglio non conti nuare a ipotizzare. Poniamo pure che il selfie non sia stato pubblica to, oppure che sia stato pubblicato senza parole (sarebbe meglio, o no? Che dicono gli esperti di comunicazione social con loro sicumera da nuovi guru?). Di certo però è stato scattato, come ha documentato il cronista con tempismo. Fermiamo per un momento il naturale impulso a inveire contro il selfiesta macabro, intendiamo contro di lui in particolare, e cerchiamo di capire perché, purtroppo, questa foto ci risuona e, in tutta la sua sconcezza, ci risulta sinistramente familiare. Quest’uomo, in fondo, non sta facendo nulla di male.

 

 

È lì, sul luogo dell’incidente, come l’altro curioso che guarda con le mani dietro la schiena. Nessuno di loro due, del resto, potrebbe essere utile: ci sono già tre infermieri che, evidentemente, stanno facendo tutto quello che possono per salvare la vita della donna a terra. In questo essere superflui, proprio allo spasmo, potremmo dire, della sua superfluità, l’uomo tira fuori il cellulare, prepara l’inquadratura, e scatta il selfie che ingloba la scena e l’azione cui, lui, non può dare alcun contributo, se non quello, del tutto casuale e privo di note di merito (o di demerito) di essere lì. È un uomo inutile, in quella circostanza, ma si sente a suo modo “speciale”, perché lui è lì, mentre il dramma si svolge. E non gli basta fotografare la scena, deve includersi. Non la facciamo più lunga di così: ecco perché, questa disgustosa fotografia, in fondo, dobbiamo riconoscere, ci è familiare: perché porta in sé il Dna di tutti i selfie, anche quelli innocenti davanti ai tramonti o con alle spalle un monumento famoso: la nostra completa insignificanza, inutilità, superfluità, mentre, alle nostre spalle, qualcosa di drammatico e di fatale si svolge, e il dolore che proviamo per il fatto di essere così nulli.