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Palio di Siena, otto condanne: la sentenza che stravolge la corsa

di Tommaso Lorenzini mercoledì 26 febbraio 2025

4' di lettura

C’è una definizione che ben dipinge il Palio di Siena: non si tratta (solo) di una gara di cavalli ma “dell’incontro fra sacro e profano”, due corse annuali (2 luglio e 16 agosto), entrambe dedicate alla Madonna, invocata da contradaioli pervasi da ogni tipo di sentimento che più umano non si può. L’alto e il basso insieme, il mistico e il terreno. Sacro e profano, tuttavia, rischia seriamente di trasformarsi in “sacro e banale” dopo la sentenza di ieri che anestetizza il Palio in una delle sue componenti vitali, la rivalità estrema fra le contrade, e lo potrebbe trasformare in un poco più di un’originale manifestazione per turisti, colorata, ordinata, ben vestita. Cambiandone per sempre l’essenza di sfida, di tensione, di metafora di guerra, di urgenza di primeggiare ad ogni costo.

Otto contradaioli, sette del Nicchio e uno del Valdimontone, sono stati condannati penalmente dal giudice Francesco Cerretelli per i fronteggiamenti post Palio del luglio 2018. Cazzotti, schiaffi: per continuare a picchiarsi i contradaioli avrebbero pure spintonato agenti della municipale, tra i quali l’ex comandante Cesare Rinaldi, più un carabiniere della 6ª Brigata Toscana. Per quattro soggetti, 4 mesi e 1000 euro di multa per rissa e resistenza; per uno 5 mesi e 1000 euro di multa; per altri tre solo la sanzione per rissa. Gli imputati erano 17, ma 9 sono stati assolti perché il fatto non sussiste o per insufficienza di prove.

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È questo un punto che segna una svolta nella storia secolare della festa. Perla prima volta la giustizia ordinaria entra nel territorio di quella paliesca creando un precedente e frantumando regole non scritte che però sono “patrimonio” di ogni senese fin dalla piccola età, e che per un forestiero sono allo stesso tempo stravaganti, incomprensibili, affascinanti. Il precedente del 2015, andato a sentenza nell’aprile 2023, non fa più scuola. Due anni fa il giudice Elena Pollini aveva comminato sanzioni pecuniarie da 200 euro ai tre condannati per i fronteggiamenti del post Palio di agosto 2015, usciti però con la fedina penale pulita. Il classico rimedio di “mettere le mani nelle tasche”, che spesso vale più di mille pene. E tutti contenti.

«UNA MAZZATA»

Stavolta no, si è finiti nel penale per lo stupore e l’indignazione dei senesi che a stento hanno trattenuto le parole sui social per commentare. Social che secondo molti sono anche fra le concause di questa decisione del giudice. Espressione autentica della civiltà senese e del costume paliesco, i cazzotti in Piazza non sono una rissa fra ultrà o una lite da discoteca, la stessa parola quando viene pronunciata acquista una valenza quasi mitologica. Eppure, proprio i social sono diventati una cassa di risonanza che ha portato, mistificandolo, questo aspetto del Palio fuori da Siena e le istituzioni hanno evidentemente deciso di “aggiornare” la propria sensibilità per poter mettere in vetrina un prodotto “pulito”. In direzione di un politicamente corretto che più fuorviante non si può.
Il professor Duccio Balestracci, già docente di Storia medievale all’Università di Siena, giornalista e autore di numerose pubblicazioni, sentito da Libero usa parole inequivocabili: «Questa sentenza è una mazzata formidabile. Il giudice non ha preso in considerazione non solo ciò che è stato fatto presente dagli avvocati della difesa, ma anche quanto hanno riferito in aula esperti del Palio.

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Assieme a me, la professoressa Gabriella Piccinni e il professor Fabio Mugnaini hanno ampiamente spiegato che i cazzotti sono affrontamenti rituali, non si tratta di violenza gratuita o con intento annientativo. I cazzotti avvengono in quel tempo sospeso che sono i quattro giorni di Palio e solo in un luogo preciso e circoscritto, Piazza del Campo, senza che poi ci siano strascichi, agguati o regolamenti di conti. E non ci scappa certo il morto. Prova ne sia che dopo le stupide aggressioni di alcuni anni fa, ai fantini Giuseppe Pes e al povero Andrea Mari, i responsabili sono stati condannati e espulsi dalle proprie contrade».

«SENZA CORAGGIO»

Dunque chi vuole equiparare i cazzotti agli scontri fra ultrà del calcio, ad esempio, «è del tutto fuori strada», prosegue Balestracci, «abbiamo fornito fatti e prove storiche e antropologiche che sono state ignorate: significa che da oggi il Palio è castrato. I contradaioli non sono spettatori ma parte stessa del rito paliesco, anche sulla base del concetto di “festa” che portava avanti Jean-Jacques Rousseau: ci voleva sensibilità e coraggio culturale ma non è stato ritenuto il caso di considerare questo. Non critichiamo la magistratura, per carità, ma la sentenza si può commentare e resta un sentimento di profondo dissenso. Questa scelta uccide il Palio, dentro e fuori dalla corsa. Sono curioso di capire come si muoveranno ora le istituzioni, Comune e Magistrato delle Contrade in primis. Ma sono curioso anche di vedere come reagiranno le stesse contrade».

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