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Rovigo, l'intera città in lutto per il gatto: lacrime, fiori e una statua

di Luca Puccini mercoledì 18 febbraio 2026

3' di lettura

È successo il giorno di San Valentino. La mattina, prima delle otto. Un’auto. In quel centro che bazzicava da (quasi) sempre. Una fatalità, il destino beffardo e pure un po’ stronzo, un (banalissimo, sconsolassimo) incidente. Son cinque giorni che l’intera città di Rovigo piange il “suo” Rossini. Il suo gatto-mascotte, il suo micio dal pelo arancio e dagli occhioni chiari, ipnotizzanti, fissi, penetranti, che era un po’ di tutti e principalmente di nessuno, il felino libero, indipendente, intelligente, autonomo, amato, coccolato, accarezzato in ogni viuzza, in ogni slargo: lo vedevi scodinzolare lì, sul marciapiede, tra le piazze; entrava in un bar, ruzzolava dentro un negozio, alle volte è capitato persino entrasse nella sede del Comune. Per quattordici anni di fila, Rossini, a Rovigo, si è sentito a casa come succede quasi mai.

Oggi, però, nel cantuccio che usava per fare le sue pennichelle, in quel suo rifugio sotto ai portici, proprio a fianco di una bigiotteria, campeggia un cartello scritto a mano. C’è scritto: «Qui dormiva Rossini, un piccolo grande simbolo della città di Rovigo». Tutt’attorno qualcuno ha portato mazzi di rose color del sole (come il suo manto), piccoli peluche, palloncini a forma di cuore. C’è una sua fotografia stampata su un foglio A5; ci sono nastri arancioni, margherite, messaggi, disegni fatti dai bambini; c’è addirittura il pupazzetto di un gatto cinese dentro una teca, quello che saluta muovendo la zampetta. È stato adagiato anche un cuscino rosso con la parola “love” (amore) in caratteri bianchi.

«Rovigo perde una parte di sé, grazie delle infinite ore passate insieme in tribunale dove tu mi guardavi sornione», si sfoga un avvocata ricordandolo. «Ci hai insegnato la libertà, il rispetto per il carattere di ogni gatto», aggiunge un signore. «Hai reso piccole le cose che crediamo importanti e importanti le piccole cose che facevi», riflette un terzo. 

Non è solo Rossini (che, tra parentesi, in realtà, quando è arrivato in Italia dalla Bosnia si chiamava Garfield: apparteneva a una volontaria che ora non abita più a Rovigo, che se l’era preso a cuore, che aveva deciso di tenerlo con sé ma che aveva capito quasi subito che «la vita domestica gli stava stretta»), è di più. È il segno di una comunità unita, compatta, empatica, capace ancora di emozionarsi e di commuoversi, presente e che non volta la testa dall’altra parte, riconoscente, grata.

E così quell’angolo del centro rodigino, in una mezza settimana, diventato una sorta di memoriale improvvisato che regala affetto in un metro quadrato di ricordi e fiori e bigliettini scritti col cuore in mano. Per quel gattino punto fermo di Rovigo, sempre in giro, sia col freddo in inverno sia col caldo in estate, spirito libero in un’epoca che ha perso il gusto per l’esistenza fuori dagli schemi; per “Ross” che «sei riuscito a mobilitare il mondo» (si legge sulla sua pagina Facebook, sì il micio ha anche un profilo social seguito da quasi 17mila persone, molte delle quali ora si chiedono che fine farà l’account e domandano ai gestori di non chiuderlo), per quel musetto vispo ritratto in dipinti e diventato persino una piccola statua, per quel calore collettivo che è riuscito nel miracolo di riunire senza polemiche e senza competizioni cittadini, bambini, signore, semplici passanti. Chi ha investito Rossini non si dà pace. È la polizia locale a chiarire che è si è trattato di una fatalità: triste, buia, ma niente più di ciò. 

L’automobilista in questione, tra l’altro, si è fermato immediatamente, ha chiamato i soccorsi, ha fatto il possibile. Purtroppo non restavano più speranze. Resta, invece, il “mausoleo” spontaneo e a cielo aperto di Rovigo, che è un inno all’amore e al rispetto per Rossini superstar, conosciuto anche fuori città, in provincia, pure nel resto del Veneto, rispettato, paparazzato che manco i dividi Hollywood sulla Sunset boulevbard, arrampicato sull’albero più alto (è successo che i pompieri abbiano dovuto recuperarlo), cuor di leone senza macchia e senza paura, coi baffetti bianchi in ordine e accoccolato a schiacciare un riposino dove capita. «Sei stato la carezza di tutti i giorni». «Hai diffuso solamente amore». «Sei indimenticabile. Questa città ha perso un amico speciale. Non doveva andare così».

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