Il piccolo Domenico non ce l’ha fatta, la sua vita è stato un sospiro d’amore verso i suoi genitori, che hanno lottato con tutte le loro forze. E a Napoli le lacrime scorrono abbondanti, colme non solo di tristezza, ma anche di rabbia nei confronti di chi ha commesso una serie di errori imperdonabili. E adesso a finire nel mirino sono sei camici bianchi della cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale Monaldi.
Un nome su tutti: Guido Oppido, 54 anni, oltre tremila interventi alle spalle, curriculum da manuale e carattere che, in sala operatoria, non ammette repliche. È lui ad aver trapiantato il cuore arrivato da Bolzano e risultato gravemente danneggiato dopo il contatto con ghiaccio secco. Una scelta che ora pesa come un macigno. La procura indaga, sequestra cellulari, passa al setaccio chat e messaggi.
Siamo all’inizio dell’inchiesta, atto dovuto – si precisa – non una sentenza anticipata. Ma la tragedia del piccolo Domenico impone risposte. E impone di ricostruire minuto per minuto quel 23 dicembre.
Il curriculum di Oppido è di quelli importanti: laurea alla Sapienza, esperienza tra Italia ed estero, arrivato a Napoli dal Sant’Orsola di Bologna. Oggi guida la Cardiochirurgia pediatrica. È lui che decide di procedere comunque.
Nell’audit aziendale del 14 gennaio avrebbe parlato di assenza di alternative. I suoi legali, Alfredo Sorge e Vittorio Manes, lo difendono senza tentennamenti: “Siamo convinti sin d'ora che il nostro assistito abbia fatto tutto ciò che era professionalmente doveroso, e tutto quanto era umanamente possibile, per salvare la vita del piccolo Domenico”.
Accanto a lui, un’équipe esperta e giovane insieme. L’anestesista Francesca Blasi, 55 anni, una vita al Monaldi. Le cardiochirurghe Mariangela Addonizio, 30 anni, ed Emma Bergonzoni, 32. A Bolzano guida le operazioni di espianto Gabriella Farina, 66 anni, veterana delle corsie, affiancata dal trentatreenne Vincenzo Pagano. Il nodo cruciale della vicenda è il contenitore utilizzato per il trasporto: non il più moderno “Paragonix”, che rileva la temperatura e avvisa se ci sono degli scompensi, ma uno strumento comunque consentito. E poi quel ghiaccio. Non acqua, ma secco. Un dettaglio tecnico che oggi fa la differenza tra la speranza e l’incubo.
I legali di Farina, Anna Ziccardi e Dario Gagliano, frenano: “È un momento in cui deve prevalere il silenzio, nel doveroso rispetto della famiglia. La complessità della vicenda impone senso di responsabilità e misura, evitando giudizi affrettati. Si confida nel lavoro sereno e rigoroso degli inquirenti, affinché i fatti possano essere accertati con obiettività, nel rispetto della verità e della trasparenza”. Nel rispetto, soprattutto, di due genitori che ora pretendono solo giustizia.