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Terrorizzati dalla natura: la biofobia, male in crescita

Aumenta il numero di chi al mare, in montagna e in campagna si sente a disagio Un fenomeno incontrollabile e di varia intensità che colpisce il 9% delle persone
di Luca Puccini domenica 1 marzo 2026

3' di lettura

Non è la semplice paura dei ragni (che infatti ha un nome proprio, si chiama aracnofobia). O quella dei serpenti (ofidiofobia) o delle api (apifobia) o, più in generale, degli animali nel loro complesso (zoofobia): il terrore, irrazionale, di trovarsi faccia a muso con un cane o un cavallo o col becco di un uccello (ornitofobia). Non è niente di tutto questo. Anzi meglio, in un certo senso c’entra: perché ci sono anche loro, le quasi due milioni di specie animali che la scienza conosce (per fermarsi al dato catalogato perché se si scivola nell’ignoto non ci sono più reti di protezione), epperò non si esaurisce lì. Va oltre. Va nella natura.

All’aria aperta, nel parco, in montagna, sulla spiaggia selvaggia, lontano dalla città, in campagna nei campi non controllati dall’agricoltura, abordo fiume, in una qualsiasi oasi incontaminata e, quindi, libera. Però anche sporca, fangosa, piena di polvere, crocevia di insetti, insettini, insettoni, col pericolo di mettere il piede su una foglia scivolosa, con rami che cadono, con gli alberi che stormiscono (magari tetramente), con la sensazione, sempre, costante, incancellabile di non avere nulla sotto controllo e di essere in balìa del caso e del territorio. Mica è facile per un biofobo. Uno di quelli che, in mezzo alla natura, si sentono a disagio (esistono, eccome: stanno persino aumentando). Non stanno bene, vanno in ansia, si spaventano a ogni fruscio, sobbalzano, pensano immediatamente agli scenari peggiori, perché-non-sono-rimasto-a-casa?, alle volte provano addirittura un moto di disgusto, di ripugnanza per quello che li circonda.

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La maggior parte di noi non vede l’ora di staccare, di uscire dall’ufficio e di rifugiarsi in una baita isolata in mezzo a una valle dove si va ancora a prendere il latte col secchiellino di latta su al pascolo, e invece c’è chi quello scenario idilliaco lo vivrebbe come un incubo. Trema alla sola idea. Circondarsi di verde migliora l’umore, sì, d’accordo, lo scrivono parecchie ricerche scientifiche, aiuta i processi cognitivi, permette di gestire in modo più proficuo lo stress: ma non a tutti. A quella quota (ancora minoritaria però presente) di persone che non le digeriscono proprio, la flora e la fauna, fa l’effetto opposto. L’università svedese di Lund ha appena cercato di mappare questo fenomeno e ha capito sostanzialmente due cose: la biofobia non è uguale per tutti, ha diversi livelli di intensità ed è difficile da incasellare in uno schema prestabilito; ed è in aumento. Sissignori.

Avversari naturalistici, incrollabili cittadini, obiettori del verde crescono: un po’ perché è la vita moderna (fatta di piccole manie alla Woody Allen), un po’ perché è pure difficile capire di avercela, questa benedetta (si fa per dire) fobia del naturale. Per alcuni è iper-invalidante tanto che si rende necessaria ricorrere a un supporto terapeutico, per altri è un vago malessere che sconfina nel fastidio: ma il concetto di base rimane, è il rifiuto alla passeggiata (per gli altri) rilassante. Secondo il ricercatore di Lund Johan Kjellberg Jensen a far scattare la biofobia sono due diversi fattori: quello interno che riguarda le caratteristiche individuali di chi ne è affetto (per esempio: chi è fisicamente debole, chi non si sente bene a livello di salute è più portato a diventare biofobo) e quello esterno che si concentra sul contesto, sulle tradizioni culturali, sugli insegnamenti famigliari e sulla società che necessariamente, amanti o meno della natura, ci influenza (dice Jensen, a questo proposito, che il film Lo squalo, capolavoro indiscusso degli anni Settanta, ha contribuito e non poco a creare una “paura di massa” verso questo pesce cartilagineo dai denti aguzzi e non così rassicuranti ma che il più delle volte se ne sta per i fatti suoi lontano dagli umani).

A far di conto c’è una fetta di popolazione mondiale che oscilla tra il 4 e il 9% che già soffre di fobie specifiche verso qualche animale (spoiler, ma era facilmente intuibile: ragni e mammiferi vincono su tutti). La biofobia non è giustificata da un reale pericolo concreto, è un concetto più complesso, più ampio, persino più subdolo perché scardinarla è un percorso a ostacoli (primo va individuata, secondo va studiata, terzo va compresa secondo un approccio possibilmente interdisciplinare: e soprattutto non va presa sottogamba come se fosse una sciocchezza).

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