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Famiglia nel bosco, vogliono cacciare la madre: incubo senza fine

di Luca Puccini domenica 1 marzo 2026

3' di lettura

Sono lì da più di tre mesi, ma adesso la struttura protetta di Vasto chiede di trasferirli. Non trova pace la “famiglia del bosco”, risucchiata com’è nel vortice di carte bollate, perizie e polemiche che da fine novembre dell’anno scorso non la fanno respirare un attimo. Lei, mom Catherine Birmingham, 45 anni, australiana, che (a detta degli operatori della comunità) non riesce proprio a conciliare la sua vita tra quelle mura disposte dalla magistratura. Lui, dad Nathan Trevallion, 52 anni, inglese, unico rimasto a Palmoli, che si sfoga come può, che ogni volta che riesce lo ripete («Faremo tutto quello che lo Stato ci ha chiesto di fare»), che sul casolare lontano dalla città ha deciso di metterci mano tanto che c’è già un progetto per raddoppiarne la metratura. E nel mezzo loro tre, i bambini, il vero fulcro di questa vicenda complicatissima, i gemellini di sei anni e la sorellina di otto, separati, costretti a stare distanti dai loro genitori, a vedere il babbo solo durante le visite prestabilite e la madre quando è l’ora dei pasti. A queste condizioni che si pensava, che si credeva sarebbe potuto succedere?

Succede, adesso, in questo tiremmolla infinito che ancora non vede il termine della perizia personologica (contestatissima, tra l’altro) su Nat e Cate, che ha sollevato esposti su psicologi e assistenti sociali, che è un rincorrersi di dichiarazioni e commenti e nulla di fatto, ecco, succede che la casa famiglia di Vasto scrive al tribunale per i minorenni dell’Aquila, si sfoga, mette nero su bianco i suoi dubbi, domanda se non sia meglio trasferire i Birmingham - Trevallion altrove, in un’altra struttura più idonea, capace di gestire meglio l’attrito con mamma Cate che (si legge nel documento presentato) ha difficoltà a rispettare le regole, che fa salire i suoi figli al secondo piano dove dovrebbe stare lei da sola, che avrebbe addirittura fatto entrare degli estranei (cioè alcuni suoi amici) nella casa d’accoglienza in barba ai protocolli di sicurezza. Che ci fosse tensione, che questa riguardasse in particolar modo Catherine, s’era capito da tempo. Vere e proprie accuse forse no, contrasti sicuramente: d’altronde loro, questa coppia straniera che ha scelto l’Abruzzo come base per un’esistenza alternativa, hanno optato per una vita non comune, neo-rurale, diversa. Però ora la faccenda sta andando un po’ troppo per le lunghe.

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Va bene tutto, il confronto, il pluralismo (sacrosanto), persino il monito di vigilanza per accettarsi che non ci siano problemi, ma qui, ossia in provincia di Chieti, magari si sta perdendo di vista quella che è l’unica attenzione in gioco, l’interesse di tre bimbi che hanno a malapena l’età per frequentare le elementari e che da 101 giorni si sentono lontani da ogni cosa, che sono stressati e ansiosi sì, ma mica per colpa di Catherine, semmai (sostiene la famiglia) per l’atteggiamento rigido che devono affrontare ogni dì. C’è la richiesta di trasferimento, ma c’è anche lo “scontro” sulla perizia circa la capacità genitoriale: perché da una parte Simona Ceccoli, che è la consulente tecnica nominata dal tribunale, ribadisce la sua fiducia nella psicologa incaricata di fare le valutazioni, e dall’altra gli avvocati dei Birmingham - Trevavallion chiedono la revoca della professionista sostenendo che non sia sufficientemente terza, che abbia espresso giudizi e li abbia persino pubblicati sui social (e che questo non sia un comportamento opportuno).

È la guerra delle carte, non l’han voluta di certo Nathan e Catherine, dei cavilli, della rincorsa burocratica e delle contro-accuse (nel frullatore mediatico sono finite perfino Rachael e Pauline Birmingham, rispettivamente la sorella e la mamma di Cate, che qualche giorno fa hanno definito la comunità di Vasto una «prigione» e verso le quali la tutrice dei ragazzi Maria Luisa Palladino ha usato parole dure: quelle di una «mistificazione della realtà» operata anche «dal nucleo famigliare d’origine della madre»). Intanto a Palmoli papà Nathan sventola un progetto. E stato affidato a uno studio di architettura di Pescara, mira ad ampliare il casolare fino a 66 metri quadrati, la quale è la misura minima che per legge può ospitare cinque persone, aggiungerà una struttura in legno, una stanza per i bambini, un bagno. «Quello è il posto della nostra anima, è stato il paradiso per tre anni e non riesco a capire perché ce l’hanno tolto. Abbiamo deciso di accettare gli standard italiani. Lo farò, che ne sia convinto o no».

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