Quello della morte del piccolo Domenico Caliendo è un dramma che non smette di scuotere, con domande ancora senza risposta chiara e versioni che si accavallano tra l’equipe di Bolzano e quella napoletana. Domenico, due anni e cinque mesi appena, è spirato il 21 febbraio scorso all’ospedale Monaldi di Napoli dopo un trapianto di cuore fallito e si sta trasformando in un vero e proprio caso giudiziario e mediatico.
Le indagini della Procura di Napoli hanno acceso i riflettori sul momento in cui l’organo da trapiantare sarebbe potuto essere danneggiato già in fase di espianto. Gli investigatori avanzano l’ipotesi che ci sia stato un “taglio al ventricolo in fase di espianto del cuore”, un elemento non riscontrato in sala operatoria, ma che potrebbe spiegare perché l’organo sia poi arrivato compromesso a Napoli.
L’inferno dei dettagli è emerso dalle testimonianze raccolte nei primi interrogatori. “Nella mia esperienza di trapianti era la prima volta che vedevo un torace vuoto”, ha raccontato un’infermiera specializzata presente nell’operazione, descrivendo scene drammatiche e tempistiche sospette sulla procedura seguita. E ancora: quando il contenitore con il nuovo cuore è arrivato in sala operatoria, sarebbe stato subito chiaro che qualcosa non andava. L’organo risultava “inglobato in un blocco di ghiaccio”, complicando ogni tentativo di prepararlo per l’impianto.
Da qui le accuse incrociate, sette sanitari indagati per omicidio colposo e una famiglia che chiede risposte complete. L’avvocato Petruzzi ha anche presentato un’istanza di ricusazione per un perito nominato per l’autopsia, sostenendo che sui fatti siano emerse “nuove prove di parzialità” nel collegio peritale.
Il chirurgo Gabriella Farina, finito tra gli indagati, nella sua relazione ha spiegato che alle 11:30, a Bolzano, “a cuore fermo ho proceduto alla cardiectomia e, da quel momento, il tempo che passava è diventato importante, richiedendo l’attenzione di tutti al fine di ridurre i tempi di ischemia dell’organo”.
Dopo aver riposto il cuore del donatore nei vari sacchetti sterili con cardioplegia fredda e in un secchiello, Farina avrebbe chiesto “al personale di sala di aprire il contenitore termico, in cui ho posizionato il secchiello e chiedevo di integrare il ghiaccio mancante fino alla copertura completa del contenitore con il cuore espiantato”. Solo a Napoli, però, alle 14.30 “all’apertura del contenitore termico, mi accorgevo che il secchiello era difficile da estrarre perché inglobato in un blocco di ghiaccio. A questo punto ho realizzato che non era ghiaccio normale”. I legali della chirurga in una nota hanno affermato: “Non è giusto dare l’immagine di un’équipe sprovveduta”. La partita della verità è ancora lunga.