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Hannoun, le Poste gli chiudono il conto ma lui vince la causa

di Simone Di Meo domenica 22 marzo 2026

3' di lettura

Diciannovemila euro sbloccati, oltre ottomila di spese legali a carico dell’istituto e gravissime di finanziamento al terrorismo, Mohammad Hannoun ha infatti incassato una incredibile vittoria contro Poste Italiane.

Il Tribunale civile di Genova ha stabilito infatti che l’architetto palestinese può riprendersi dal conto corrente i soldi che gli erano stati negati, e questo perché il limite ai pagamenti in contanti non si applica ai prelievi da conto corrente personale. Riconoscendo quindi la legittimità della richiesta avanzata dall’associazione di Hannoun per ritirare il denaro congelato dopo il 7 ottobre 2023.

La vicenda nasce proprio da quel blocco. Dopo l’attacco in Israele e l’inasprimento dei controlli, i conti riconducibili a Hannoun vengono congelati. Le sue attività, infatti, erano già finite nelle blacklist dell’intelligence americana. Per ottenere la disponibilità dei fondi, l’associazione si era rivolta allora al giudice, che aveva emesso un decreto ingiuntivo. Da lì si era aperto il contenzioso con Poste, che aveva opposto un rifiuto fondato sul limite dei 5mila euro all’uso del contante e sulle sanzioni del Tesoro statunitense.

SOGLIA DEI PRELIEVI

La linea difensiva dell’istituto, tuttavia, non ha retto. Il tribunale ha chiarito che quella soglia non riguarda i prelievi, ma solo i trasferimenti tra soggetti diversi.
In banca resta il solo obbligo di segnalare operazioni superiori ai 10mila euro.

Non di bloccarle. È su questo punto che si gioca e si decide la causa. Il risultato è che il denaro viene ritirato da Hannoun già a ottobre e, nei giorni scorsi, arriva anche la condanna di Poste al pagamento delle spese processuali. Il giudice, però, ha respinto la richiesta di risarcimento per temerarietà della lite (almeno questo...).

Sul piano giudiziario, inutile negarlo, la partita vera è altrove. Hannoun resta al centro di una maxi inchiesta che lo accusa di aver elargito ogni genere di sostegno economico ad Hamas attraverso una rete di raccolta fondi travestita da attività benefica per la popolazione palestinese. Lui – ovviamente – respinge ogni addebito, sostenendo di aver sempre aiutato solo civili. Intorno alla sua figura, però, non ha mai smesso di muoversi la macchina organizzativa del sostegno islamico.

Da qualche settimana, infatti, è nato il “Comitato per i Prigionieri Palestinesi”, promosso nell’orbita dell’Api, che punta a raccogliere soldi (ancora) per sostenere le esigenze legali, politiche e umane legate alla detenzione di Hannoun e degli altri tre indagati ancora detenuti.

Secondo l'ipotesi della Procura di Milano, gli arrestati non sarebbero affatto dei semplici militanti solidali o dei “martiri”, ma avrebbero dirottato almeno 7 milioni di euro verso i terroristi di Hamas, rastrellando il denaro con la copertura delle attività umanitarie in Medio Oriente.

INCHIESTA COMPLESSA

Una inchiesta complessa, che ha visto la partecipazione degli uffici investigativi di elite dell'antiterrorismo italiano in collaborazione anche con altre strutture giudiziarie internazionali e con la stessa intelligence israeliana, che avrebbe offerto spunti giudiziari raccolti nel corso dei due anni di guerra in Palestina.

D'altronde, il gip è stato chirurgico nell'indicare gli elementi indizianti ritenuti più importanti a carico degli indagati, come i presunti contatti diretti con i vertici di Hamas, in particolare gli incontri con Ismail Haniyeh, ritenuto il capo politico dei terroristi a Gaza fino al 2024. A questo si aggiungono immagini e riferimenti che mostrerebbero uno degli indagati mentre imbraccia un mitra, un altro in gita nei famigerati tunnel sotto Gaza, gli stessi dove sono stati tenuti in ostaggio gli israeliani sopravvissuti, e una serie di contenuti che rimandano in modo esplicito all’universo militare e propagandistico dell’organizzazione islamista palestinese. Ma non solo: l'accusa può fare affidamento anche su un cuore tecnologico composto da server, backup e archivi digitali dove sarebbe stato custodito (e scoperto) materiale assai compromettente. E cioè fotografie con combattenti armati, riferimenti espliciti alla lotta di Hamas contro l'Occidente e gli ebrei, alle Brigate al-Qassam e ai leader del movimento, oltre a intercettazioni e canzoni che, per i pm, esaltavano attentati e facevano chiaro riferimento ai terroristi e ai loro presunti manutengoli italiani. Con buona pace di Poste.

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