La tragedia del piccolo Domenico Caliendo, il bimbo di appena due anni e mezzo morto a fine febbraio all’ospedale Monaldi di Napoli dopo più di sessanta giorni in terapia intensiva passati attaccato ai tubicini dell’Ecmo, perché l’operazione che doveva salvargli la vita si è trasformata in un calvario infame quando ci si è accorti che il cuoricino da trapiantare era “bruciato”, sta tutta in dodici, massimo sedici minuti. È lì, è su quella tempistica che non torna del tutto, sugli ultimi attimi in sala operatoria, che la procura partenopea (giustamente) vuole vederci chiaro e vuole acquisire ogni elemento utile per farlo.
È passato un mese dai funerali commossi di Domenico. Da quella fiumana di gente stretta attorno a mamma Patrizia Mercolino e a babbo Antonio, provati come è difficile anche solo immaginarlo, forti e dignitosi come lo sono stati fin dal principio, straziati perché un dolore del genere non si dimentica, ma con un messaggio che è e rimane di speranza e d’amore. Adesso i pm napoletani hanno in mano qualche dettaglio in più.
SETTE INDAGATI
Tanto per cominciare hanno appena inserito negli atti dell’inchiesta ufficialmente aperta per omicidio colposo (ci sono sette indagati) i verbali di una relazione di servizio della polizia stradale cittadina. È il 23 dicembre dell’anno scorso, il giorno infausto dell’operazione di Domenico. In mattinata un’équipe del Monaldi guidata dalla dottoressa Gabriella Farina è stata al nosocomio San Maurizio di Bolzano per prelevare l’organo che il generosissimo Moritz Gerstl ha messo a disposizione per chi nemmeno conosce. Sono stati fatti degli errori, lassù, in Alto Adige, il più grave di tutti riguarda il ghiaccio usato per trattare quel cuoricino: ma per ora nessuno l’ha ancora scoperto. È il primo pomeriggio di un dì prefestivo, è l’antivigilia di Natale. Il viaggio non è lungo, dall’aeroporto Capodichino al Monaldi sono circa dieci chilometri, un’auto in un quarto d’ora copre il tragitto: però si temono ingorghi, il traffico in tangenziale, gli spostamenti per le ferie appena iniziate. È per questo che subentra la polstrada la quale “scorta” i medici verso la clinica. Il resoconto del suo operato può ora togliere più di un dubbio.
L’altro particolare è un video, registrato col cellulare di una perfusionista che, mentre il cuoricino sta viaggiando verso l’ospedale, registra ciò che avviene in sala operatoria. Dalle testimonianze già rese note si sa che il primario Guido Oppido ha clampato (cioè ha tolto) il cuore malato di Domenico alle 14.18. I frame dell’operatrice sanitaria lo mostrerebbero ancora pulsante, sul tavolo settorio, poggiato accanto a quel maledetto contenitore di vecchia generazione che racchiude il cuoricino di Mortiz. Queste immagini hanno una data e un’ora, come tutte le immagini digitali: le 14. 34 di quel maledetto 23 dicembre scorso.
IL BLOCCO DI GHIACCIO
Che cosa vuol dire? Che qualcosa è andato storto, che quantomeno non c’è stata comunicazione oppure c’è stata ma equivoca e travisabile (il caposala presente allora in sala operatoria, Francesco Farinaceo, ricorda che l’intervento su Domenico è iniziato a seguito di una telefonato della dottoressa Farina la quale avrebbe avvisato di essere sì nei pressi del Monaldi ma non ancora nella struttura), significa che gli orari non collimano e questo spiegherebbe «la situazione di panico» (è sempre Farinaceo a chiamarla così) creatasi quando, una volta aperto il box con l’organo, «mi accorsi che si era creato un blocco di ghiaccio» tutto attorno. Quell’intervento, di fatto, dopo anche qualche tentativo disperato di rianimare l’organo lesionato, si è concluso solamente alle 21.30. Questione d’orologio, ma anche questione vitale. Martedì prossimo Oppido e la sua vice, Emma Bergonzoni, saranno ascoltati dal gip Mariano Sorrentino che sta seguendo il faldone di Domenico e potranno spiegare come è andata la faccenda secondo il loro punto di vista (finora la difesa del primario ha sempre fatto sapere che il suo assistito ha messo in campo tutto il possibile per salvare la vita di Domenico). Proprio loro due, tra l’altro, ossia Oppido e Bergonzoni, sono gli unici indagati nei quali confronti la procura ha mosso anche l’accusa di falso in relazione, appunto, a una presunta modificazione avvenuta circa gli orari di arrivo del cuore da Bolzano. Per questo sospetto il pm Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci hanno già chiesto la misura interdittiva della professione per ambedue i medici e tra qualche giorno si conoscerà la decisione del giudice.