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Pietracatella, "cosa è emerso dalle analisi": c'è un colpo di scena?

lunedì 27 aprile 2026

2' di lettura

Nei campioni biologici delle due vittime del caso di Pietracatella - Antonella Di Ielsi, 50 anni, e Sara Di Vita, la figlia di 15 anni - non è stata identificata in modo univoco la ricina nella sua forma integra, ma una serie di tracce riconducibili alla pianta del ricino. È quanto emerge dalla relazione del Centro antiveleni Maugeri di Pavia, che ha effettuato le analisi tossicologiche utilizzando un approccio a più livelli: inizialmente uno screening esteso su oltre mille sostanze per escludere veleni e composti comuni, quindi test immunologici specifici per le lectine del ricino e successive analisi proteomiche ad alta definizione, ripetute e incrociate tra più laboratori, per identificare frammenti proteici compatibili con la sostanza.

I test hanno dunque evidenziato la presenza di lectine del ricino e di frammenti proteici compatibili con la sostanza, una sorta di "firma biologica" che indica con alta probabilità l'origine vegetale del veleno, anche in assenza della molecola completa. Il dato è spiegato dagli stessi esperti con la natura della ricina, una proteina altamente instabile che tende a degradarsi nel tempo, rendendo più difficile l'identificazione diretta nei campioni biologici.

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Ma non è tutto perché la ricina è stata individuata nei campioni ematici delle due vittime ma non nel contenuto gastrico delle vittime. Secondo il verdetto degli accertamenti tossicologici, la sostanza è stata rilevata nel sangue delle due donne, a conferma di una esposizione sistemica. Tuttavia, le analisi effettuate sul contenuto gastrico e sui principali organi non hanno evidenziato la presenza della stessa sostanza. Un dato che, sul piano scientifico, non esclude l'ingestione ma rende più complessa la ricostruzione della dinamica, anche alla luce delle analisi negative sugli alimenti sequestrati nell'abitazione.

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