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Famiglia nel bosco, la prova del pregiudizio: la parola che ricorre 57 volte

di Claudia Osmetti giovedì 30 aprile 2026

4' di lettura

Per il tratteggio (fatto da Catherine Birmingham) di un naso troppo appuntito e per lo schizzo (di Nathan Trevallion) di un albero dal fusto leggermente più sottile del solito. Sarà che i disegni sono l’espressione dell’inconscio, dato che bypassano il modo razionale che abbiamo di esprimerci (almeno così dicono psichiatri e affini), però forse, alle volte, un bozzetto è solo un bozzetto e risponde più a capacità di tipo grafico (siam mica tutti fumettisti dalla mano perfetta) che psicologico. Fatto sta che qui, anzi nella Palmoli della “famiglia del bosco”, in quell’Abruzzo rurale che doveva essere la terra libera di una coppia anglo-australiana un po’ fuori dal comune ma che non ha mai fatto mancare l’amore ai suoi tre bimbi, di abilità artistiche si parla poco.

Si parla, invece, delle pagine della perizia personologica appena depositate al tribunale dei minori dell’Aquila; di quella parola («rigida») riferita a mom Cate che compare ben 57 volte in un documento solo e che dovrebbe essere sufficiente a spiegare perché due gemellini di sette anni e la loro sorellina di otto debbano continuare a vivere separati dai loro genitori; si parla (appunto) di una manciata di disegni chiesti a tutti e cinque perché è lì dentro, è tra quelle figure traballanti tracciate da due adulti che non fanno i pittori o da tre ragazzini che scrivono a malapena in stampatello, che gli esperti capiscono tutto, specie il non detto e motivano il loro parere negativo a un ricongiungimento che segnerebbe, una volta per tutte, la fine di una vicenda oramai assurda.

Della serie: Catherine è incline all’aggressività perché nel disegnare una figura umana riprende un naso appuntito e ne evidenzia il mento, elementi che (come sottolinea il quotidiano locale IlCentro riportando ampli stralci della perizia) «rimandano a una modalità di presentazione di sé orientata alla determinazione, al bisogno di affermarsi e all’aggressività». Oppure, sempre lei, questa donna di 46 anni che non serve aver passato l’esame di Comportamentismo all’università per capire è sotto stress estremo da almeno cinque mesi, potrebbe mostrare segni di «sospettosità o difficoltà nel contatto diretto» considerato che ha disegnato, nella stessa figura umana, anche gli occhi «lateralmente» sul viso che appaiono «sfuggenti».

Non va meglio a dad Nat, quest’uomo bonaccione di 51 anni, riservato, pacato, condiscendente (lo riconoscono pure le educatrici della comunità nella quale stanno i suoi figli), che invece è sostanzialmente insicuro (perché fa lo schizzo di un pino il cui «tronco sottile e allungato» può essere letto «in via ipotetica e nei limiti interpretativi, come indicativo di un bisogno di direzione e sostegno esterno, con possibili tratti di dipendenza» nei confronti di chi manco c’è bisogno di aggiungerlo) e bloccato tra il desiderio di autonomia e ancora questo «bisogno di dipendenza» (d’altronde è chiaro, disegna «mani relativamente più sviluppate rispetto ai piedi» che, invece, sono «piccoli e poco strutturati»).

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Ce n’è anche per i piccini dato che la più grandicella (Utopia Rose) denota «una scarsa caratterizzazione identitaria delle figure rappresentate e una indifferenziazione dei ruoli» che, sempre in via ipotetica per carità, può rilevare «un aspetto di ambivalenza nella costruzione dell’identità» (il motivo è che disegna i fratellini che si somigliano, come per altro sono nella realtà visto che si tratta di gemelli omozigoti); mentre i più piccoli (Galorian e Bluebell) compiono l’enorme errore di rappresentare, nella loro famiglia ideale, anche un cavallo: giammai, è troppo «centrale», «può essere interpretato come uno spostamento dell’investimento affettivo su un oggetto percepito come più accessibile».

«Catherine risulta una persona rigida (rieccoci, ndr), con tendenza alla perseverazione, allo schematismo, al bisogno di controllo, ancorata alle sue idee, a volte anche a svantaggio dei minori», scrive Simona Ceccoli siglando la perizia che oramai è agli atti e, quindi, è ufficiale (tra parentesi: questa frase è in grassetto, sia mai ne scappi il concetto a chi legge). «Emerge una scarsa attenzione ai vari passaggi di crescita dei figli (...) il suo orientamento educativo sembra svilupparsi prevalentemente in un contesto relazionale ristretto (...) accetta solo le sue regole e il suo stile di vita». Nathan, dal canto suo, anche se sta «collaborando» e «dimostra una maggiore apertura», «manifesta un atteggiamento di dipendenza nei confronti della moglie (...) e la presenza di elementi regressivi, nonché di una strutturazione identitaria deficitaria non pienamente definita, possono interferire con la funzione genitoriale in termini di stabilità di ruolo».

Hanno accettato tutto, questi due genitori disperati rimasti soli col loro asino Gallipoli e il loro cavallo Lee: hanno affidato il progetto di bioedilizia per ristrutturare quel benedetto casolare in mezzo al bosco, hanno acconsentito a mandare i loro three kids a scuola, nel frattempo a farli seguire da un’insegnante, hanno scelto di vaccinarli (checché se ne dica del puntiglio di Catherine «convinta che “vivere isolati” li preservi da ogni pericolo» tanto da renderla «carente relativamente alla funzione di controllo sulla salute»), hanno accettato la nuova casa termoautonoma e con le comodità messa a disposizione dal Comune che, a questo punto, non è meno stremato di loro. Niente da fare, questo è il risultato.

Ed è anche «inattendibile», almeno per i consulenti dei Birmingham -Trevallion che han già preso le paginette protocollate della perizia le han fatte analizzare all’intelligenza artificiale. Non che abbia valore legale, giusto per vedere cosa ne usciva: «La percentuale di solidità scientifica di quei test grafico-proiettivi è del 25%. Ed è su questi test che si basano le sgangherate conclusioni dell’elaborato peritale». Ecco.

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