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Polizia, boom di video "anti-sbirri": la "manina" che getta fango sulla polizia

di Daniele Dell'Orco giovedì 14 maggio 2026

3' di lettura

I già penosi riflessi violenti di una cronaca urbana degradata e le isolate intemperanze di chi vive ai margini del patto sociale stanno lasciando spazio a un fenomeno ben più sinistro e profondo: la metodica decostruzione dell’autorità. Ogni insulto scagliato sul volto di un agente a Milano, ogni minaccia filmata e data in pasto ai social a Roma, non è che un rintocco nel rintanarsi dello Stato dinanzi alla tracotanza dell'inciviltà. Questa eclissi del rispetto non nasce dal nulla. Trova un terreno fertile e pericoloso in una certa regia politica.

Quando esponenti delle istituzioni, come Ilaria Salis, scelgono di porsi non già come garanti dell'ordine, ma come paladini di un antagonismo che flirta con l’illegalità e l’occupazione, il messaggio che filtra nelle piazze è devastante: la divisa come bersaglio di una presunta “resistenza”. Per carità l’aggressione verbale alle Forze dell’Ordine da parte degli antagonisti è da sempre il gesto tipico di chi vive ai margini della legalità, ma oggi assistiamo a una pericolosa legittimazione sociale e politica del disprezzo verso chi indossa una divisa.

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I recenti fatti di Milano e Roma descrivono perfettamente questa nuova realtà. Nel capoluogo lombardo, ad esempio, un video catturato durante un posto di blocco mostra pesanti insulti rivolti agli agenti di Polizia impegnati nel loro servizio. Non sono più rare le rimostranze da parte persino della Municipale che menziona la necessità di dotare i vigili di giubbotti antitaglio per far fronte a contesti sempre più ostili.

Nella Capitale è diventato virale Yari Dall’Ara, un personaggio già noto alle autorità, che ha pubblicato su TikTok un video in cui insultava con veemenza i caschi bianchi a Centocelle, impegnati nel contrasto alla sosta selvaggia. Nel filmato, l’uomo incitava i suoi follower a scagliarsi contro gli agenti; rintracciato successivamente dalla polizia locale, è stato denunciato per oltraggio, minacce e diffamazione aggravata.

Questi atti di «esibizionismo anti-istituzionale», grazie alla cassa di risonanza del web, trasformando l'oltraggio in un contenuto acchiappalike che genera emulazione. A Napoli, un paio di settimane fa, al corteo contro la «remigrazione» gli antifa hanno usato persino pistole ad acqua contro gli agenti. Questo elemento è forse ancora più grave: la percezione di impunità. Promossa, questa, persino all’interno delle istituzioni. Figure come Ilaria Salis, il suo ex assistente-editore Mattia Tombolini, o certi esponenti della galassia radicale sembrano alimentare un clima di costante sospetto, se non di aperta ostilità, verso le Forze dell’Ordine. Quando la militanza politica si sovrappone alla giustificazione di contesti in cui la legalità viene calpestata — si pensi alla questione delle occupazioni o agli scontri di piazza — si lancia un messaggio devastante: la legge è opzionale e chi la difende è un oppressore.

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Questo «buonismo antagonista» fornisce l’alibi morale all’aggressore di strada. Se un leader d’opinione o un rappresentante politico dipinge sistematicamente l’operato della Polizia come repressivo o autoritario, il cittadino che insulta l'agente al posto di blocco si convincerà di essere, a modo suo, un «combattente per la libertà». È qui che la politica fallisce il suo compito primario: la pedagogia del rispetto. Invece di ricucire il rapporto tra Stato e cittadini, una certa parte politica soffia sul fuoco del risentimento, facilitando una reazione a catena che indebolisce chiunque tenti di mantenere l'ordine.

Mentre esponenti come Matteo Salvini o Flavio Tosi denunciano l'uso di falci, martelli e bandiere rosse come simboli di una violenza mai sopita, il rischio è che la tutela delle Forze dell’Ordine diventi un terreno di scontro elettorale, anziché un valore condiviso. Ma la gravità del momento non risiede nel colore delle bandiere, bensì nella metodica demolizione del concetto di rispetto istituzionale.

Quando l’agente deve preoccuparsi più della gogna mediatica e della «lettura politica» del suo intervento che della propria incolumità, lo Stato ha già perso. La deriva attuale non è una vivace dialettica democratica; è un’erosione silenziosa della sicurezza collettiva. Se permettiamo che l’insulto alla divisa diventi un atto «politicamente comprensibile», stiamo di fatto smantellando l’unico argine rimasto tra la civiltà e la legge del più forte. Il rischio finale è il cortocircuito: una società che disprezza chi la protegge è una società destinata a rimanere senza protezione, in balia di chi urla più forte o di chi, protetto da un'immunità di fatto, decide che le regole valgono solo per gli altri.

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