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Covid, le costose parcelle degli amici di Conte per le consulenze

di Simone Di Meo sabato 27 giugno 2026

4' di lettura

L’Alpa e l’omega. Alpa come l’insegna dello studio legale dove si è fatto le ossa Giuseppe Conte, l’ex premier che sogna il ritorno a Palazzo Chigi. Omega come la fine dell’alfabeto di bugie che Pd e grillini snocciolano sulla gestione finanziaria della pandemia da cinque anni a questa parte. Il succo della storia è che, mentre il Paese viveva col fiato sospeso e gli ospedali inseguivano le mascherine, nelle retrovie dell’emergenza si muoveva un altro mercato. Invisibile. Silenzioso. Quello delle relazioni che contano. Perché la merce più preziosa, a quel tempo, non era una Ffp2. Era un numero di telefono. Un appuntamento. Un nome da pronunciare al momento giusto.

Quel nome è Luca Di Donna, avvocato e docente universitario, collega di studio di Giuseppi. Attorno a lui ruotano imprenditori, consulenze, contratti e bonifici. Lo Studio Alpa non compare nei bandi pubblici, eppure è lì che iniziano molti dei racconti messi a verbale. È lì che si fissano gli incontri. È lì che prende forma il primo contatto. Il nome diventa una credenziale. Quasi un sigillo. Il resto, raccontano i testimoni, viene da sé.

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LO STESSO COPIONE
Il copione sembra sempre lo stesso: arriva una telefonata. Poi un invito a Roma. Un incontro riservato. Si parla poco di prodotti sanitari e molto di soldi. Di canali preferenziali. Di porte che altri non riescono ad aprire. Infine, arriva la proposta: una consulenza legata al buon esito dell’operazione. La classica “success fee”. Una percentuale calcolata sul valore della commessa.

È il passaggio che ritorna, quasi identico, in più versioni raccolte dalla commissione d’inchiesta Covid. Il racconto di Dario Bianchi, amministratore della JC-Electronics, è uno dei più dettagliati. Tutto inizia negli uffici di via d’Aracoeli. Poi un secondo appuntamento nel centro di Roma. Infine, l’incontro nell’abitazione privata di Di Donna. Tre tappe. Tre ambienti diversi. Lo stesso messaggio. Bianchi racconta che Di Donna mette subito sul tavolo la vicinanza con l’allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il biglietto da visita vincente. Serve a far capire che quello non è un varco aperto a tutti. Poco dopo, ecco la richiesta: il 10% del valore della commessa come compenso per la consulenza. Sul tavolo c’è un contratto da 22 milioni di euro per 10 milioni di mascherine.

Bianchi rifiuta. Ed è qui, nel suo racconto, che il clima cambia. I controlli doganali diventano continui. Scatta il vincolo del “100% visita merce”. Arrivano contestazioni, sanzioni e addebiti Iva per 12 milioni di euro. Per non chiudere l’azienda è costretto, confessa, a sostenere rate da 50mila euro al mese. Ai commissari descrive una gestione “sciatta” della struttura commissariale e sostiene che le imprese italiane certificate siano state accantonate a favore di forniture cinesi, come dimostra la condanna dello Stato al pagamento di oltre 200 milioni di euro in favore della sua società, fatta fuori per far spazio ai Dpi taroccati provenienti da Hong Kong e sponsorizzati da Mario Benotti, amico personale di Domenico Arcuri.

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PROPOSTA VAMPIRESCA
La scena si ripete quasi identica con Giovanni Buini, titolare della Ares Safety. Cambiano le cifre. Non il copione. L’obiettivo è una fornitura di 160 milioni di dispositivi chirurgici, per un valore compreso tra 50 e 60 milioni di euro. Anche lui viene indirizzato a Di Donna. Anche lui entra nello Studio Alpa. Anche lui riceve una proposta economica vampiresca. Buini firma. Poi si ferma. Riflette. Si accorge di non avere nemmeno una copia dell’accordo e invia la disdetta via Pec. Poco dopo, sempre secondo la sua ricostruzione, arriva l’esclusione dalla fornitura statale. Buini è l’unico ad aggiungere anche che, in occasione di un incontro, si sarebbe trovato tra i piedi anche due agenti segreti. Perché erano lì?

Chi, invece, quella percentuale decide di pagarla è Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis srl, che sottolinea di avere versato a Luca Di Donna e Valerio De Luca (altro legale del giro) ben 435mila euro per una gara relativa ai kit molecolari. Una “success fee” del 10%. Il contratto prevedeva che fossero loro a predisporre gli atti. Ma, aggiunge l’imprenditore, il lavoro viene svolto interamente dall’azienda. Ai professionisti restano comunque 93mila euro per tre giorni di verifica dei requisiti su un appalto da 800mila euro. Lo schema si ripresenta identico su una seconda procedura da 2,4 milioni, con il contratto firmato addirittura una settimana dopo l’invio della documentazione alla stazione appaltante.

Poi c’è la storia di Francesco Alcaro, imprenditore informatico e fondatore della Jarvit srl. Qui i ruoli si ribaltano. Non è lui a cercare un intermediario. Sono Luca Di Donna e Gianluca Esposito a cercare lui. Sanno che la società possiede due brevetti industriali. La proposta è seguire i rapporti con il ministero dello Sviluppo economico e con Invitalia per ottenere un finanziamento da 3 milioni di euro destinato allo sviluppo di un software da vendere allo Stato. Il compenso richiesto è il 5% del valore del progetto. Il programma operativo arriva via mail dallo Studio Alpa. È proprio quell’intestazione, racconta Alcaro, a rassicurarlo, sapendo che in quello studio aveva lavorato Giuseppe Conte. Nel verbale del 29 dicembre 2020 l’uomo racconta: «Ricordo che i due mi dissero che il progetto andava presentato entro 4/5 giorni dalla data del contatto, cosa assai complicata per la complessità dell’opera, e che comunque a loro andava bene qualsiasi tipo di progetto». Come se sapessero già che a loro non si poteva dir di no.

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