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Claudia Majolo, la supertestimone inchioda Conte: "I suoi legami con l'avvocato delle consulenze-Covid"

di Simone Di Meo martedì 30 giugno 2026

5' di lettura

«Frequentare Luca Di Donna, in quel periodo, era abbastanza stressante. A cena, dovevamo consegnare i cellulari al cameriere perché aveva paura delle intercettazioni. Al telefono, rigorosamente su Whatsapp, dovevamo scambiarci pochi dettagli e solo per fissare l’appuntamento. E quando gli chiedevo del rapporto con Giuseppe Conte, lui si infastidiva, si trasformava in volto. Era come se soffrisse fisicamente. Con tutto quel che sto leggendo in questi giorni su Libero, capisco forse perché...».

Claudia Majolo è una prorompente bruna napoletana con un passato da presidente dell’associazione dei praticanti avvocati e un “quasi futuro” da parlamentare grillina. «Dovevo essere deputata, a quest’ora: mi han fatto fuori perché ero amica di Luca Di Donna, l’amico di Conte». Perché ha deciso di parlare, oggi? «Non voglio giudicare né vestire i panni della donna del mistero. Ho letto con interesse le inchieste del vostro giornale e credo che sia giusto offrire un contributo di conoscenza. Nient’altro».

Un riepilogo rapido servirà a inquadrare meglio il contesto. Nell’ottobre del 2021, Claudia Majolo incontra Luca Di Donna per comuni attività forensi. Lavorano a convegni e iniziative per la professione e, per un anno, diventano quasi inseparabili. Nell’estate 2022, la Majolo si candida alle cosiddette “parlamentarie” grilline in vista delle elezioni legislative di settembre. Vince la gara dei clic e conquista un piazzamento che le vale l’elezione sicura. «E che fosse certo il mio sbarco alla Camera lo sapevano tutti, nel Movimento», spiega. «Il fatto è che non ne erano affatto felici. Quando firmai la candidatura, a Napoli, una donna mi accolse dicendo: “Ecco la raccomandata da Roma”». Raccomandata da chi? «Chiariamo, io ho vinto con le mie forze. Però, avendo un rapporto stretto con Di Donna, cercai di farmi comunque accreditare nel mondo grillino, perché non ero una militante storica». Quindi Di Donna aveva rapporti con i Cinque Stelle? «Ma certo. Le dirò di più: credo che lui abbia ispirato il Movimento su alcuni temi come il metaverso e l’intelligenza artificiale». La Majolo è ancora più esplicita nella richiesta di aiuto. «Domandai a Luca di intercedere con il professor Guido Alpa (il titolare dello studio legale all’interno del quale hanno lavorato per anni Di Donna e Conte, ndr) affinché parlasse con Conte di me». E Di Donna che fece? «Mi rispose che l’avrebbe fatto, non ho motivo di dubitarne per tutta una serie di ragioni».

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BATTUTE E ALLUSIONI
In quel periodo, Di Donna è già sott’inchiesta per traffico di influenze illecite da parte della Procura di Roma, e vive «in maniera paranoica» l’attenzione che gli riserva la stampa.
Quando la Majolo cerca di capire il suo rapporto con l’allora presidente del Consiglio, lui glissa in maniera brusca. «Era evasivo, giurava che aveva interrotto ogni contatto. Lo capisco: era un modo per tutelarsi».

Non tutti credono alla versione di Di Donna, però. «Nello studio Alpa raccoglievo chiacchiericci, allusioni, battutine a cui non ho mai dato importanza. Io rispondo di quel che so e di quel che ho sentito e visto, non di altro. Posso affermare, però, che moltissimi dubitavano che improvvisamente fosse stato reciso il cordone ombelicale tra il premier Conte e il suo ambiente professionale». Prosegue la Majolo: «Non ho mai capito perché ci fosse un’attenzione così maniacale nel negare un rapporto naturale tra due persone che hanno lavorato insieme e che hanno avuto lo stesso maestro». Già, il professor Guido Alpa, per l’appunto. L’uomo che, su richiesta della nostra testimone, avrebbe dovuto affidarla a Conte.

Ad agosto 2022 l’idillio tuttavia si rompe. Sul cellulare di Claudia Majolo arriva un messaggio di un alto esponente pentastellato che la informa che la sua candidatura è revocata perché son spuntati fuori alcuni suoi vecchissimi post a favore di Silvio Berlusconi. «Mi hanno silurata per cose scritte dieci anni prima - rimarca la donna, che nulla avevano a che fare con il Movimento e che erano espressione delle mie convenzioni politiche di allora». È in quel momento che la Majolo si rende conto che l’ombra del premier continua ad aleggiare sullo studio Alpa.

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PEGNO DA PAGARE
«Chiamai immediatamente Di Donna, se non sbaglio era al mare fuori Roma, e gli raccontai tutto». E lui che cosa fece? «Rimase di sasso. Luca è un uomo freddo, calcolatore, in grado di nascondere molto bene le emozioni, ma percepii il suo turbamento. Mai avrebbe immaginato un epilogo del genere». Claudia lo implora di attivarsi, di fare qualcosa. E lui, che di fatto non avrebbe alcun ruolo nel Movimento e che, secondo le versioni ufficiali, aveva interrotto la relazione con Conte, replica solo: «Non è possibile... Non è possibile... Fammi fare una telefonata, devo chiamare una persona». La Majolo non saprà mai, nonostante le ripetute sollecitazioni, l’identità dell’interlocutore misterioso dell’avvocato delle mascherine. Il giorno dopo, i due si ritrovano nello studio e Di Donna «mi raccontò che non c’era nulla da fare, purtroppo». E aggiunge: «Claudia, anche tu hai pagato pegno». Una frase che la Majolo attribuisce alla vicinanza con lo stesso legale. Ma che cosa significa pagare pegno? «Cercai di avere più informazioni, ma non aggiunse altro. Mi salutò dicendomi: “Spero che avranno il buongusto di recuperarti in un altro modo”».

Ma se Di Donna è estraneo al mondo grillino, perché vendicarsi sulla Majolo? «Ovviamente non mi accontentai delle poche parole di Luca, e cercai di capire autonomamente in quale tagliola fossi finita. Recuperai l’indirizzo di casa di Giuseppe Conte e lo attesi davanti all’ingresso. Mi avvicinai e, dopo essermi presentata, gli raccontai dell’esclusione, aggiungendo di essere una amica dello studio Alpa». E Giuseppi non prese le distanze da quel contesto, non rispose infastidito per quell’accostamento che, oggettivamente, poteva apparire fuori luogo.
«”So chi è lei” mi rispose senza mai guardarmi in faccia, circondato dalle guardie del corpo, ma anche io mi ero portato dietro un testimone, e aggiunse con aria contrita: “Non lo dovevo fare...”».

Majolo prosegue: «Chi poteva averlo avvisato dell’ingiustizia che stavo subendo? Alpa? Di Donna? Certo nessuno del Movimento, visto che non ero ben vista e mi definivano “la raccomandata da Roma”». Alla fine Claudia deve arrendersi, niente Parlamento. «Ho maturato due convinzioni. La prima è che Di Donna sia vittima di un gioco molto più grande di lui, che gli ha portato certamente vantaggi economici, ma che lo ha schiacciato, impedendogli finanche di difendersi raccontando tutta la verità. La seconda è che il giro dello studio Alpa avesse esaurito il bonus, chiamiamolo così, della tolleranza con gli scandali legati al Covid. Quell’ambiente non poteva chiedere altro».

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