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Ranucci, i 4 arrestati? Clamoroso: cosa dicevano mentre guardavano Giletti

mercoledì 1 luglio 2026

2' di lettura

"Amma otta' i palazz n'terra!", "Hai visto su Google il fatto di Ranucci?", "Il fatto di Ranucci… Roma, Ranucci. Attentato" "Ranucci? Eee!". Nelle intercettazioni appaiono spavaldi e sicuri di sé D'Avino, Mutone, De Filippis e Passariello, ovvero i quattro arrestati per l'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci, avvenuto a Pomezia il 16 ottobre 2025. Il loro atteggiamento, però, cambia il 30 marzo 2026, quando durante la trasmissione Lo Stato delle Cose, condotta da Massimo Giletti, vengono rivelati nuovi dettagli dell'inchiesta.  

In particolare si parla del viaggio degli attentatori dalla Campania a Roma e del loro immediato ritorno dopo l'esplosione, ma soprattutto viene smentita la convinzione diffusa fino a quel momento che l'auto utilizzata fosse una Panda nera. A quel punto gli indagati vanno nel panico e iniziano a commentare la trasmissione, finendo per tradirsi. Nel tentativo di capire quanto gli investigatori sapessero realmente, finiscono infatti per citare spontaneamente il vero modello dell'auto utilizzata, una Fiat 500, e persino il suo colore, particolari che fino a quel momento non erano mai stati resi pubblici. Per gli inquirenti si tratta di un elemento investigativo di grande importanza.

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Le indagini ricostruiscono anche le modalità con cui il gruppo si era procurato il veicolo. La Fiat 500 era stata noleggiata presso una società di Avella, già utilizzata in passato per altre attività illecite. Il metodo era sempre lo stesso: ricorrere a prestanome incensurati per evitare di collegare direttamente gli utilizzatori ai mezzi impiegati nei reati. Secondo gli investigatori, questo sistema era stato utilizzato soprattutto nell'ambito del traffico di droga. Passariello, in particolare, sarebbe inserito in un gruppo criminale locale molto attivo nello spaccio e avrebbe già fatto ricorso più volte ad auto a noleggio per questo tipo di operazioni. Tuttavia, secondo quanto emerge dalle indagini, il resto dell'organizzazione criminale non sarebbe stato informato dell'attentato a Ranucci. Quando il boss della zona avrebbe appreso quanto accaduto, si sarebbe infuriato, ritenendo che un'azione così eclatante avrebbe inevitabilmente attirato l'attenzione delle forze dell'ordine sull'intero gruppo.

Le intercettazioni dimostrano inoltre che D'Avino, Mutone, Passariello e De Filippis erano già da tempo sotto controllo dei carabinieri. Gli investigatori erano quindi a conoscenza anche della strategia difensiva preparata dai mandanti nel caso di un eventuale arresto. Agli esecutori era stato suggerito di raccontare che l'attentato fosse stato commissionato da un cittadino albanese conosciuto appena tre giorni prima, che avrebbe promesso un compenso di 3mila euro per portare a termine l'azione. Secondo gli inquirenti, questa versione era del tutto priva di credibilità e aveva il solo scopo di allontanare i sospetti dai veri organizzatori dell'attacco. L'inchiesta si concentra ora proprio sull'individuazione dei mandanti.

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