Come si è arrivati al DNA di Andrea Sempio? A spiegarlo è Ugo Ricci, genetista e consulente della difesa di Alberto Stasi. "I difensori dell'allora fidanzato di Chiara Poggi avviano indagini difensive autonome. Nel mirino finisce Andrea Sempio. Gli investigatori recuperano una tazzina di caffè in cui ha bevuto e ne estraggono il DNA. Incrociando quel profilo con i dati grezzi della perizia De Stefano del 2014, emerge il colpo di scena: quel cromosoma Y appartiene alla sua linea paterna. Ho sempre cercato una sola cosa: la verità. Non ho mai forzato un’evidenza biologica per compiacere il teorema di un pm o per blindare un arresto. Non esiste una verità dell’accusa e una verità della difesa. Esiste la verità". E ancora, intervistato da La Nazione: "Il DNA è servito a scardinare una verità giudiziaria che sembrava immodificabile. Ma oggi la vera chiave è nel complesso delle indagini. Con la nuova discovery non c’è solo una traccia di laboratorio: ci sono 21 indizi che si incastrano".
Tutto avrebbe avuto inizio dall'intervista rilasciata dal genetista Francesco De Stefano, il perito a cui la Corte d'Assise d'Appello di Milano si era rivolta nel processo bis contro Stasi, in cui si apprendono "per la prima volta circostanze fino ad allora sconosciute, su tutte l'asserita ri-eluizione dell'estratto, non menzionata in perizia", da tradursi nella tecnica utilizzata per acquisire le tracce genetiche sulle unghie della vittima. Per la difesa dell'unico condannato sembra doveroso, - nonostante il tema sia già stato affrontato con il primo tentativo di indagare su Sempio (procedimento archiviato nel 2017) - approfondire "lo stato di degradazione del Dna" tenuto conto dell'evoluzione scientifica nel campo.
Ecco allora che gli avvocati di Stasi si rivolgono a Ricci e a Lutz Roewer, esperto internazionale di profili Y (maschili, ndr). A loro hanno affidato il compito di analizzare il DNA che la stessa difesa di Stasi si era procurata 'rubando' a Sempio una tazzina, un cucchiaino e una bottiglia d'acqua in un bar.