C’è un fatto portato alla ribalta in questi giorni, e su cui, coloro che non vedevano l’ora di erigere Mario Roggero nuovamente al palo della croce, ne hanno scritte di ogni. Doverosa è una premessa. Quando Roggero nel 2021 venne travolto dal calvario giudiziario per la rapina subita, a chi scrive disse: «Voglio essere sincero con te. Nel 2005 mi accadde questo fatto».
Mario ci raccontò che una sera, una delle sue figlie era stata aggredita dall’allora fidanzato. Non fu un semplice litigio. Ma una vera e propria aggressione. Lui la colpì con schiaffi e pugni. La ferì con un orecchino. Poi tentò di investirla con l’auto e la abbandonò in una strada isolata. Mario andò a casa del ragazzo a chiedere spiegazioni. Il padre di lui minacciò di scendere con un fucile, e Mario mostrò una «pistola scarica e legittimamente detenuta». Fu Mario a prendersi un pugno in faccia.
Sabato sera la famiglia Roggero con un comunicato ha rotto il silenzio: «Un episodio che non ha il minimo collegamento con i fatti oggetto della condanna di oggi. Già oggetto di attenzione nel processo di primo grado davanti alla Corte d’assise di Asti.
Tutta “roba” già perfettamente nota. Perché ostinarsi a tirarla fuori proprio ora? Chi ha voglia di documentarsi può leggere i verbali delle udienze pubbliche di primo grado del processo di Asti. L’arma fu mostrata solo all’esterno, come deterrente. L’unica reale violenza fisica la subì Roggero, colpito al volto da un pugno del padre del ragazzo, a cui scelse di non reagire. È la stessa sentenza della Corte di assise d’appello ad affermare che quel precedente del 2005 non abbia pesato sulla condanna di oggi». Perché si vuole far passare Mario, si chiede la famiglia, come «autore di una spedizione punitiva mai avvenuta? Quando si trattò invece di istinto di protezione paterna? Non possiamo accettare che Mario debba subire una ulteriore gogna mediatica».