A proposito del caso Fakir, l’immigrato morto durante un controllo, ieri il segretario milanese del sindacato di Polizia Pasquale Griesi ha evocato la “cintura di Batman”, quella che dovrebbe dare i superpoteri agli agenti ma che nella realtà è come la kryptonite che paralizza Superman. In effetti la cintura che portano i poliziotti è un piccolo arsenale: pistola, taser, sfollagente, spray al peperoncino, manette e fascette varie. Ma ognuno di questi oggetti se estratto crea più guai al titolare della cintura che al cattivo di turno. Chi nega il diritto-dovere della Polizia di usare all’occorrenza la forza dentro ambiti stabiliti di fatto nega l’essenza della Polizia stessa.
Tanto varrebbe – ha aggiunto Griesi – assumere invece che agenti qualche migliaio di psicologi e sociologi ai quali demandare il controllo del territorio e dei pazzi (e criminali) che lo popolano. In effetti nelle polemiche di queste ore manca la risposta alla domanda fondamentale: in uno Stato di diritto come si fa a fermare e rendere innocuo per la comunità uno che mostra sintomi aggressivi e non ne vuole sapere di identificarsi e consegnarsi? Dicono: ci sono i protocolli. Certo, ma qualsiasi protocollo non può che prevedere e autorizzare la coercizione, e siccome ogni caso fa storia a sé è impossibile protocollare un numero infinito di varianti.
Col senno di poi siamo tutti capaci di pontificare, ma il var applicato a una situazione di pericolo reale e immediato per l’operatore di polizia o per altri soggetti è un gioco cinico e pure baro perché non è che la vita di un poliziotto vale meno di quella di un qualsiasi altro cittadino. In Italia ogni anno vengono effettuati oltre sei milioni di controlli e identificazioni personali e il fatto che solo in rarissimi casi (una percentuale meno che infinitesimale) qualcosa va storto testimonia la preparazione delle nostre forze di Polizia e la robustezza dello Stato di diritto. Tutto il resto è solo un triste gioco politico delle sinistre.