Mirella Gregori è scomparsa il 7 maggio 1983. Emanuela Orlandi il successivo 22 giugno. Ma l’antefatto delle due sparizioni, secondo il giudice Ilario Martella, si verifica in piazza San Pietro, a Roma, due anni prima: il 13 maggio 1981. Quando Alì Agca spara almeno due colpi di pistola contro Giovanni Paolo II.
Il turco sarà condannato all’ergastolo – per “direttissima” e senza presentare appello – il 22 luglio dello stesso anno. Ma è quanto accadrà dopo - quando lo stesso Martella, titolare dell’inchiesta sui possibili complici, sulla scorta delle dichiarazioni del sicario arriverà a identificare tre cittadini bulgari chiamati in causa da Agca nella preparazione dell’attentato - a influire sulla sorte delle due adolescenti. Che saranno sacrificate, ha ripetuto il giudice anche il 27 giugno 2024 davanti alla Commissione parlamentare bicamerale d’inchiesta che indaga sulla duplice scomparsa, sull’altare di «qualcosa di indicibile, che alla fine si può definire “ragion di Stato”».
Ecco, è proprio il lavoro di Martella la traccia da cui parte il giornalista e saggista Gian Paolo Pelizzaro per indagare sui fatti dell’estate del 1983, quella del grande ricatto ai danni dello Stato della Città del Vaticano. E 1983 si intitola il primo volume di un’opera monumentale – 1164 pp, euro 28,00, Baldini + Castoldi – che mette in ordine cronologico gli avvenimenti che investirono più attori (istituzionali e non): la sede della Chiesa cattolica, lo Stato italiano, i suoi apparati di sicurezza e almeno due servizi di intelligence di altrettante potenze straniere (Bulgaria e Germania orientale).
I DOCUMENTI INEDITI
Arricchito da documenti inediti provenienti dagli archivi della Stasi, il temutissimo servizio segreto della Repubblica democratica tedesca, il volume di Pelizzaro si muove seguendo una doppia sequenza di avvenimenti: la prima ricostruisce la fase iniziale della scomparsa di Emanuela Orlandi – il cui prologo, secondo l’autore, è la sparizione di Mirella Gregori – la seconda segue le mosse del magistrato, alle prese con la caccia ai complici di Agca con una complicata rogatoria internazionale in Bulgaria. E qui si arriva al cuore del libro: l’«intrigo internazionale» che fa da sfondo alla scomparsa di Emanuela, come disse papa Wojtyla alla famiglia in occasione della visita a casa Orlandi la vigilia di Natale del 1983.
L’intrigo ha un inizio: il 26 aprile 1982, quando dal carcere di Ascoli Piceno il sicario turco, a sorpresa, comunica a Martella la sua volontà di iniziare a collaborare. Agca parla e mette nei guai tre persone: due impiegati dell’ambasciata di Sofia a Roma, ma soprattutto il vice capo scalo della compagnia di bandiera bulgara nella Capitale – la Balkan Airlines – Sergej Antonov, un agente sotto copertura del servizio segreto bulgaro in Italia. Il messaggio è chiaro: ad armare la mano di Agca sono stati gli 007 bulgari, quindi un Paese del Patto di Varsavia, quindi dietro a tutto c’è Mosca. Il 25 novembre 1982 Antonov finisce in carcere e a Sofia scatta l’allarme rosso: il timore che possa cedere e la macchia allargarsi è grande. Al regime bulgaro in fibrillazione non resta che chiedere aiuto ai compagni della Stasi, i “mister Wolf” oltre la “cortina di ferro”, quelli che risolvono i problemi, per intenderci.
Il libro di Pelizzaro svela i contatti tra i servizi segreti dei due Paesi alleati, all’esito dei quali scatta l’operation Papst, ovvero “operazione Papa”. Ed è qui che entrano in gioco le due adolescenti romane, fatte scomparire sia per deviare l’attenzione dell’opinione pubblica italiana dalla “pista bulgara” sull’attentato al Papa, sia per lanciare un messaggio ad Agca, fino a quel momento troppo collaborativo con le autorità italiane.
LA SVOLTA
Dopo il primo appello del Papa per Emanuela, il 3 luglio 1983, durante l’Angelus, inizia il grande ricatto: una telefonata alla Sala stampa vaticana collega la scomparsa di Orlandi con Agca. In cambio della liberazione della ragazza il misterioso telefonista, che sarà soprannominato l’Amerikano, chiede che il Pontefice si adoperi presso le autorità italiane per la concessione della grazia al turco entro il 20 luglio.
Il segnale inviato al detenuto è chiaro: non ti abbiamo dimenticato, quindi inizia a sabotare le indagini del giudice Martella chiudendo la bocca. Da quel momento sarà un crescendo, con i “rivendicatori” del rapimento – li definisce così, Pelizzaro – che di volta in volta diffonderanno il contenuto di un nastro con la voce di Emanuela, faranno ritrovare alcuni suoi effetti personali (la fotocopia della tessera della scuola di musica e la ricevuta del pagamento della quota di iscrizione) e ricorderanno al loro interlocutore, lo zio della ragazza Mario Meneguzzi, particolari che solo avendo parlato con la quindicenne, o con qualcuno vicinissimo a lei, potevano essere in grado di conoscere.
“Prove”, tuttavia, che non permetteranno mai di stabilire se in quel momento Emanuela fosse ancora in vita. Da qui un interrogativo che ancora oggi è senza risposta: chi azionò quel meccanismo che per circa un mese, nell’estate del 1983, tenne in scacco il Vaticano - con tanto di installazione di una linea telefonica riservata tra i “rivendicatori” e l’allora segretario di Stato di Sua Santità, Agostino Casaroli – aveva effettivamente tra le mani la ragazza o aveva “solo” accesso ai “veri” sequestratori?
SEQUESTRO ANOMALO
L’autore guida il lettore attraverso i tanti misteri di un “rapimento”, se tale è stato, anomalo: nessuna prova regina dell’esistenza in vita dell’ostaggio, nessuna richiesta economica, nessun riscatto, nessuna sigla per la rivendicazione dell’azione. Solo una contropartita di natura politica, la liberazione del condannato all’ergastolo Agca, peraltro non nella disponibilità del Vaticano. Una sorta di messaggio nella bottiglia per nascondere la vera posta in gioco, conosciuta esclusivamente dai veri destinatari del “grande ricatto”: la “pista bulgara” per l’attentato al Papa, che tramonterà definitivamente nell’inverno del 1987. Guarda caso da quel momento, ricorderà Martella, «i rapitori non si fecero più sentire». Uno degli eventi spartiacque della vicenda è sicuramente l’affissione dei manifesti con la notizia della scomparsa della “ragazza con la fascetta”, con i quali la mattina del 30 giugno si svegliò Roma. Un modo per sollecitare l’aiuto nelle ricerche, stimolando eventuali testimoni a fornire indicazioni utili. Ma anche un inconsapevole via libera a mitomani e sciacalli. Il manifesto, infatti, che inspiegabilmente non dava indicazioni sul luogo in cui Emanuela era stata vista l’ultima volta, conteneva il numero di casa degli Orlandi e non i riferimenti delle Forze dell’ordine. E nella moltitudine di segnalazioni i “rivendicatori” si inserirono benissimo.