«La situazione è meno romantica di quanto raccontano. Non c’è felicità o gioia quando si decide di fare la transizione, né per chi la vive né per i genitori. È l’inizio di un periodo oscuro». A raccontarlo è una madre che ha vissuto in prima persona il dramma della crisi di genere della figlia, un’esperienza che l’ha spinta a fondare, insieme a ad altri genitori, l’associazione GenerAzioneD. La sua “bambina”, dopo una relazione complessa con un coetaneo segnata da violenza psicologica e isolamento, aveva iniziato a convincersi di essere nata nel corpo sbagliato. A suo dire ,i primi specialisti incontrati non avrebbero fatto un’indagine approfondita del vissuto, dei traumi o dei disturbi alimentari della ragazza, ma si sarebbero limitati ad accompagnarla direttamente verso la transizione. Un percorso che ha portato la giovane a un peggioramento della crisi, ad azioni di autolesionismo e a un ricovero in neuropsichiatria per depressione maggiore, mentre le veniva prescritta una terapia a base di ormoni e antidepressivi. La svolta è arrivata quando i genitori hanno deciso di cambiare strada, affidandosi a un nuovo terapeuta per un percorso puramente esplorativo. «Senza chiedere alcun iter di transizione, il medico ha scavato nelle radici profonde del disagio». Nel giro di due anni, mettendo a posto i pezzi della sua storia e affrontando i veri nodi irrisolti, la ragazza ha capito che la transizione non era la sua strada. Oggi ha superato quel momento ed è felice, ma la famiglia continua a battersi per fare informazione e aiutare altri ragazzi e genitori in difficoltà.
DOPO IL LOCKDOWN
È solo uno dei casi, ma ce ne sarebbero tanti altri. Presso il Servizio di Transizione di Genere dell’ospedale Niguarda, nel 2025 - in tendenza con i dati dell’anno precedente - sono state 650 le richieste per accedere al percorso, di queste circa un terzo riguardanti adolescenti. Attualmente, come tengono a sottolineare dall’ospedale milanese, quelli presi in carico sono tutti maggiorenni. «Tutto è iniziato dopo il lockdown: adolescenti e giovani adulti chiusi nelle loro stanze, intrappolati tra isolamento e social media - racconta un papà -. A furia di cercare argomenti sulla transizione e sulla disforia, l’algoritmo ripeteva sempre gli stessi contenuti». La stragrande maggioranza dei casi riguarda ragazzine tra gli 11 e 13 anni, o giovani donne, che attratte dai gruppi Lgbt e dal mondo social, vedono nella transizione una via d’uscita dal disagio, per sentirsi popolari o accettate. Dalle testimonianze raccolte tra i soci dell’associazione, e dagli esperti, emerge che vogliono sentirsi adeguate, hanno bisogno di emulare ciò che riflettono le storie patinate, vogliono sentirsi alla “moda” in un contesto sociale dove appartenere a un’etichetta è “fire” (eccezionale, figo, nel gergo della generazione Z).
CORPO E CUORE
Gli adulti sono prevalentemente uomini che non riescono ad entrare nello stereotipo maschile, non si sentono macho, quindi si avvicinano al mondo femminile per sentirsi accettati. «Questo tipo di realtà li induce a pensare di essere trans e si lasciano ingabbiare – spiega un papà che ha un figlio che ha percorso la scelta di cambiamento, e che nonostante tutto non è felice -. È molto difficile parlare con loro, perché non percepiscono le conseguenze di una potenziale scelta sbagliata, la perdita della fertilità, dei propri organi sessuali, intraprendere cure ormonali. Nel momento in cui cominciano a relazionarsi con i consultori si fidano di quanto gli dicono i medici. La nostra credibilità viene messa in discussione da una serie di fatti». E così, per amore dei propri figli, non ostacolano il loro sentire, pur non condividendone la scelta: «Continuo a trattare mia figlia per ciò che è e non per ciò che crede di essere – spiega una mamma -, ne ho parlato chiaramente con lei. Le ho raccontato i miei sentimenti, le mie paure a cuore aperto. Continuerò a dire a mia figlia che ognuno è ciò che è. Di imparare ad amarsi».
«La lascio libera di scegliere, sbagliare, sperando non faccia errori irreversibili, e che con la maturità arrivi a capire da dove parte il suo dolore – aggiunge un’altra mamma sulle pagine social dell’associazione -. Perché non serve cambiare un corpo, serve saper ascoltare il cuore e amarsi per quello che si è». Il timore dei genitori che si trovano a vivere questa voglia di mutazione dei propri ragazzi è che gli interventi chirurgici, i bloccanti della pubertà e le terapie ormonali a vita, vengano intrapresi senza un adeguato follow-up e con scarse tutele rispetto al rischio di ripensamento (detransition). Uno degli aspetti più dolorosi denunciati è poi l’isolamento in cui vengono lasciate le famiglie. «Spesso la scuola o gli amici vengono informati prima di noi, e chi solleva dubbi rischia di passare per transfobico – dice un papà –. Mi sono sentito dire da uno psicoterapeuta: “Preferisci un figlio vivo o una figlia morta?”».
DOCUMENTO DEI PEDIATRI
L’obiettivo dell’associazione resta quindi quello di rompere il silenzio, pretendendo chiarezza scientifica, rigore e un’analisi seria che distingua tra una vera disforia di genere e una complessa crisi adolescenziale. Ma superare la sottile linea non è facile e divide anche il mondo scientifico. A giugno 2026, la Società Italiana di Pediatria e l’Associazione Culturale Pediatri hanno pubblicato la guida “Oltre lo sguardo”, dedicata all’orientamento sessuale e all’identità di genere in età evolutiva. Documento che ha suscitato perplessità e la mobilitazione di medici, psicologi, psichiatri, neuropsichiatri infantili, psicoterapeuti, bioeticisti e pedagogisti, che stanno sottoscrivendo il documento “Primum non nocere: la scienza oltre lo sguardo”. «Quando un adolescente attraversa una fase di sperimentazione identitaria, che può essere influenzata da dinamiche sociali e dalla ricerca di validazione all’interno del gruppo dei pari, il cervello risponde a questi forti stimoli ambientali – spiegano -. In virtù della neuroplasticità cerebrale, è plausibile ipotizzare che esperienze ripetute e specifici contesti relazionali e culturali possano influenzare la maturazione di alcuni circuiti neurali coinvolti nella rappresentazione di sé e nella regolazione emotiva».