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Venezia, scontro con la comunità islamica bengalese: l'Italia non si sottomette a nessuno, le istituzioni non si piegano agli ultimatum

di Andrea Pasini sabato 5 settembre 2026

4' di lettura

C’è un confine che in una democrazia non dovrebbe mai essere oltrepassato: quello che separa la protesta dalla pretesa di imporre una decisione alle istituzioni attraverso la forza dei numeri e la minaccia di paralizzare una città.
A Venezia il dibattito sulla moschea è diventato uno scontro politico acceso. L’amministrazione comunale dice no alla moschea e dalla comunità islamica sono arrivate prese di posizione durissime, fino alla prospettiva di bloccare la città.
Beh, dai, sono persone democratiche!
La battuta è provocatoria, ma il principio che c’è dietro non lo è affatto.
In Italia chiunque ha il diritto di manifestare, professare la propria religione, chiedere un luogo di culto, contestare un sindaco e combattere una decisione amministrativa utilizzando tutti gli strumenti consentiti dalla legge.
Ma nessuno può pretendere che un’amministrazione cambi posizione perché una comunità è numerosa, organizzata o capace di mettere sotto pressione un’intera città.
Non funziona così.
L’Italia non si sottomette a nessuno, che sia ben chiaro a tutti.
Questo è il punto che troppo spesso viene aggirato per paura di pronunciare parole considerate scomode.
L’Italia non deve sottomettersi a nessuno.
Non a una comunità religiosa. Non a un gruppo politico. Non a un’associazione. Non a una lobby. Non a chiunque pensi che minacciare conseguenze pesanti sia un sistema legittimo per ottenere dalle istituzioni ciò che desidera.
Quando un’amministrazione assume una decisione nel rispetto delle proprie competenze e della legge, quella decisione può essere criticata, impugnata e combattuta politicamente.
Se è illegittima, esistono i giudici.
Se è politicamente sbagliata, esistono le elezioni.
Se è contestata dai cittadini, esistono manifestazioni e proteste nel rispetto della legge.
Ma l’ultimatum non può diventare una scorciatoia per sostituirsi alle istituzioni.
E allora diciamolo senza nasconderci dietro formule diplomatiche: “Le minacce fatele a casa vostra, non in Italia! Qua si rispettano le istituzioni e la legge italiana. Non accettiamo minacce da nessuno. Fatevene una ragione!»
Il significato deve essere altrettanto chiaro: “casa vostra” non significa negare che un musulmano o un cittadino di origine bengalese possa considerare l’Italia casa propria. Significa che nel nostro Paese la convivenza passa attraverso le regole dello Stato italiano e non attraverso rapporti di forza tra comunità e istituzioni.
E questo principio deve valere indistintamente per tutti.
Essere musulmani non rende cittadini con meno diritti o doveri. Ma, esattamente per lo stesso motivo, non concede diritti aggiuntivi.
La libertà religiosa merita rispetto. La pretesa di piegare un’amministrazione minacciandola  di bloccare l’Intera città no.
Se la decisione dell’amministrazione è quella di non autorizzare quel progetto e tale decisione è conforme alla legge, la comunità musulmana e islamica di Venezia se ne faccia una ragione.
Può non condividerla. Può protestare.
Può organizzarsi politicamente.
Può rivolgersi agli organi competenti.
Può chiedere che quella decisione venga cambiata.
Ma non può esistere il principio secondo cui siamo tanti, siamo indispensabili all’economia della città e quindi dovete concederci quello che chiediamo.
Perché accettare una simile logica significherebbe aprire una porta pericolosissima.
Domani qualunque gruppo sufficientemente numeroso potrebbe presentarsi davanti a un Comune e dire: o fate quello che vogliamo oppure vi fermiamo la città.
Questa non sarebbe integrazione.
Sarebbe la resa della politica al rapporto di forza.
Per cui diritti si, privilegi no e ultimatum mai.
Non bisogna avere paura di difendere contemporaneamente due principi.
Il primo: un musulmano in Italia deve poter vivere liberamente la propria fede nei limiti stabiliti dall’ordinamento, senza discriminazioni ma
rispettando  le usanze italiane e la legge che vige nel nostro paese.
Il secondo: nessuna comunità religiosa può pretendere di dettare le proprie condizioni alle istituzioni italiane.
Non c’è alcuna contraddizione.
Anzi, è precisamente questa l’uguaglianza davanti alla legge.
La stessa regola deve valere se a protestare sono musulmani, cattolici, imprenditori, sindacati, associazioni o qualsiasi altro gruppo.
Nessuno possiede Venezia.
Nessuno può dire allo Stato: siamo abbastanza numerosi da costringervi a cambiare idea.
Venezia come nessuna città italiana non può essere sotto ricatto da nessuno. 
La questione, quindi, è molto più grande della costruzione o meno di una moschea.
Riguarda l’idea stessa di Stato.
Un Paese che comincia a modificare le proprie decisioni perché teme la reazione di una comunità organizzata smette progressivamente di governare e comincia a negoziare la propria autorità e autonomia.
Questo l’Italia non deve accettarlo.
Chi sceglie di vivere in questo Paese deve sapere di avere diritti enormi: libertà personale, libertà religiosa, libertà di espressione, tutela davanti ai tribunali e possibilità di partecipare alla vita della società.
Ma insieme ai diritti esiste una parola altrettanto importante: doveri.
E il primo è rispettare le regole comuni.
Non quelle cristiane.
Non quelle islamiche.
Non quelle di una singola comunità.
Quelle della Repubblica italiana.
Perciò il messaggio conclusivo può essere soltanto uno: protestate, contestate, manifestate e fate valere ogni vostro diritto tutto questo però sempre rispettando la legge dello Stato. Ma nessuno pensi di mettere Venezia con le spalle al muro per costringere un’amministrazione a dire sì dopo che ha detto no.
Se la legge darà ragione alla comunità islamica, l’amministrazione dovrà rispettarla.
Se la legge darà ragione all’amministrazione, la comunità islamica dovrà rispettarla allo stesso modo.
Perché la democrazia funziona così anche quando il risultato non piace.
L’Italia non si sottomette a nessuno. Venezia non si piega agli ultimatum. La legge vale per tutti. E chi non condivide una decisione ha tutto il diritto di combatterla ma soltanto con gli strumenti della democrazia.

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