Valter Lavitola è in carcere dal 10 agosto e la sua ex compagna, Natalia Potenza, ha deciso di svelare tutti i suoi altarini, esasperata dai tradimenti e dai maltrattamenti. Dopo avere appreso dell’esistenza di una nuova amante da questo giornale, ha iniziato a preparare il suo devastante addio al padre dei suoi figli. Intorno a Ferragosto aveva già raccolto centinaia di documenti e studiato i movimenti bancari e societari del faccendiere. Poi ha preso coraggio e, a fine del mese scorso, come anticipato ieri sera da Massimo Giletti, ha presentato anche una denuncia per il cosiddetto Codice rosso. Un procedimento in cui la donna è già stata sentita in Procura, così come lo sono stati diversi testimoni.
Intanto procede parallelamente l’inchiesta per l’attentato a Sigfrido Ranucci. Nell’ambito di questo fascicolo, sabato scorso, la quarantasettenne argentina è stata sentita per dieci ore. In questo filone il pm Edoardo De Santis sta esplorando non i presunti abusi in famiglia di Lavitola, ma i suoi affari. Per settimane i giornali hanno pubblicato indiscrezioni sul business milionario nel settore dei carbon credit dell’«amico fraterno» di Ranucci, a braccetto con la Neutralia srl degli imprenditori Fabio Mazzoni e Gianluca De Marchi. Un investimento che l’ex conduttore di Report aveva provato a salvaguardare anche rilasciando in Zimbabwe un’intervista contro l’ex socio «pentito» di Lavitola, l’africano Benjamin Chimutengo, entrato in rotta di collisione con il faccendiere italiano recluso a Rebibbia.
Ma adesso quell’affare, avviato con l’«accordo di investimento» del 25 luglio 2024, è stato formalmente messo in discussione, seppure in modo un po’ ingarbugliato. Infatti, lo scorso 31 marzo 2026 Lavitola ha concluso un singolare contratto con la Neutralia e con i suoi due titolari, un «accordo di risoluzione consensuale e regolazione dei rapporti pendenti» che Libero ha avuto la possibilità di esaminare, in forza del quale Neutralia si impegna a versare altri 400mila euro, in nove rate mensili da circa 44mila euro, tra aprile e dicembre 2026, quale «investimento residuo», secondo le indicazioni di Lavitola, anche «a favore di società coinvolte nello sviluppo dell'operazione» o per rimborsi spese sostenute da collaboratori.
Nel contratto di risoluzione De Marchi e Mazzoni da una parte e Lavitola dall’altra non hanno voluto esplicitare le ragioni della loro decisione: se questa sia dovuta a dissapori o se, in qualche modo, sia connessa all’attentato subito da Ranucci o al possibile coinvolgimento di Lavitola. Si legge infatti nel contratto che «le parti, per ragioni che entrambe ritengono opportuno non dettagliare [...] hanno congiuntamente valutato l'opportunità di risolvere consensualmente l’accordo di Investimento, regolando al contempo i rispettivi diritti e obblighi pendenti».
Tra questi diritti vi è quindi quello di Lavitola di incassare, direttamente o indirettamente, i 400mila euro sopra citati, ma vi è anche l’obbligo per lo stesso Lavitola di rimborsare alle controparti ben 1,8 milioni di euro (cifra determinata «in misura forfettaria») entro il 30 giugno 2027, «un importo pari alle somme complessivamente versate da Neutralia a titolo di investimento».
Ma tale rimborso non esaurisce i diritti economici di Neutralia. Il contratto le riconosce anche un «corrispettivo variabile» pari al 25 per cento del «ricavato netto» che verrà realizzato attraverso la monetizzazione dei carbon credit generati dalle concessioni già acquisite. In sostanza Neutralia esce dalle partecipazioni e dalla gestione dell’operazione, ma conserva un diritto su un quarto dei suoi futuri risultati economici.
Lavitola dovrebbe incassare tale somma dalla cessione dei carbon credit o delle stesse attività africane. In vista di tale restituzione il faccendiere «si impegna a trasmettere a Neutralia, con cadenza almeno trimestrale [...] un report scritto sullo stato di avanzamento dell'operazione, sulle trattative in corso e sulle prospettive di realizzo». I poteri di controllo di Neutralia, però, non si fermano ai report trimestrali. L’accordo le consente di chiedere documentazione sull’avanzamento dell’operazione, sui carbon credit generati, sulle trattative per la loro vendita e sui costi sostenuti e persino di nominare, a proprie spese, professionisti per verificare la correttezza delle informazioni e dei conteggi. Un apparato di controllo particolarmente significativo per un soggetto che, formalmente, starebbe uscendo dall’investimento.
Insomma, il risultato è una separazione tutt’altro che netta. Neutralia trasferisce a Lavitola partecipazioni, diritti e interessi sull’operazione e si impegna a completare con altri 400 mila euro il finanziamento residuo; Lavitola, a sua volta, deve restituirle 1,8 milioni. Ma soprattutto Neutralia, pur uscendo dalla struttura societaria, mantiene il diritto al 25 per cento dei ricavi netti futuri dei carbon credit generati dalle concessioni. Un divorzio, insomma, nel quale gli ex compagni d’affari restano economicamente legati ancora a lungo. Forse per coprire questa e altre stranezze le parti hanno previsto all’articolo 10 di «mantenere il più stretto riserbo e a non comunicare a terzi il contenuto del presente accordo di risoluzione, nonché dell'accordo di investimento (del 2024, ndr) e di qualsiasi informazione scambiata nell'ambito dell'operazione».
Dalle 12 pagine del documento apprendiamo anche che il vecchio patto prevedeva «la costituzione di una newco a Dubai (Emirati arabi uniti) cui conferire le partecipazioni di Neutralia e le partecipazioni nelle società locali». Nell’accordo si faceva riferimento a una «holding intermedia sudafricana denominata Afro carbon solutions», con sede a Johannesburg, nonché a «una società locale» dello Zimbabwe denominata Fa holdings private limited, con sede ad Harare.
Nel contratto del 2026, invece, si dà conto che «grazie all'impegno finanziario ed operativo profuso, Lavitola dichiara che, alla data odierna, sono state ottenute concessioni e/o autorizzazioni, per una superficie complessiva di circa 2.293.681 ettari», tra Zimbabwe (1,1 milioni) e Camerun (1,2) per il tramite di due società: la Future awaits holdings limited e la Future awaits Cameroon Sarl.
Ultima annotazione: contrariamente a quanto a noi riferito da una fonte ben informata, l’avvocato Giovanni Meliadò, vecchio amico di Lavitola, nega di avere partecipato alla stesura di tali contratti, se non «marginalmente». In più il legale ci fa notare che non è mai esistito un accordo di disinvestimento da 180 milioni come riferitoci dallo stesso informatore. In effetti, nel contratto che abbiamo esaminato tale cifra non è indicata. «Il sottoscritto ha preso conoscenza di un accordo di disinvestimento, di importo estremamente più basso, solo dopo che era stato negoziato e definito da altri professionisti» conclude Meliadò.